Il 24 febbraio sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10 per cento imposti dal presidente statunitense Donald Trump in risposta alla sentenza della corte suprema del 20 febbraio. Trump ha però minacciato di portarli al 15 per cento.

Questi dazi aggiuntivi globali, decisi tramite decreto il 20 febbraio, sostituiscono quelli indiscriminati imposti finora nonché quelli previsti dagli accordi firmati negli ultimi mesi con vari partner commerciali degli Stati Uniti.

Rimangono invece inalterati i dazi applicati a settori specifici, come quello automobilistico, del rame o del legname, compresi tra il 10 e il 50 per cento, che non erano stati invalidati dalla corte suprema.

Il 23 febbraio i servizi doganali statunitensi hanno confermato che a partire dalla mezzanotte non avrebbero più riscosso i dazi annullati dalla corte suprema e avrebbero cominciato a riscuotere quelli nuovi del 10 per cento.

Per i nuovi dazi Trump si è basato su una legge del 1974 che autorizza il presidente degli Stati Uniti a intervenire in caso di forte squilibrio nella bilancia commerciale del paese.

Dopo 150 giorni, tuttavia, l’amministrazione Trump dovrebbe ottenere un voto del congresso se volesse prorogare i dazi, che scadranno il 24 luglio, poco più di tre mesi prima delle elezioni di metà mandato.

Secondo il Budget lab dell’università di Yale, i nuovi dazi dovrebbero portare l’aliquota media applicata ai prodotti che entrano negli Stati Uniti al 13,7 per cento, rispetto al 16 per cento precedente alla sentenza della corte suprema.

Il 21 febbraio Trump aveva manifestato l’intenzione di portare i dazi aggiuntivi dal 10 al 15 per cento, citando un’analisi più approfondita delle conseguenze della sentenza della corte suprema, che era tornato a definire “ridicola” e “straordinariamente antiamericana”.

Il 20 febbraio la corte suprema degli Stati Uniti aveva bocciato la maggior parte dei dazi imposti da Trump, sottolineando che il presidente aveva oltrepassato i poteri che gli attribuisce la costituzione.

In base alla sentenza, emessa con una maggioranza di sei giudici contro tre, Trump non poteva giustificare l’imposizione dei dazi con presunte emergenze economiche.

Il ricorso della FedEx

Trump aveva imposto i dazi basandosi su una legge del 1977 che teoricamente autorizza l’esecutivo, in caso di “emergenza economica”, a prendere dei provvedimenti senza dover prima ottenere l’approvazione del congresso.

Ma secondo il presidente della corte suprema John Roberts, per poter imporre i dazi il presidente degli Stati Uniti “deve ricevere un chiaro via libera del congresso”.

“Il testo del 1977 non contiene alcun riferimento ai dazi”, aveva aggiunto.

La sentenza apre la strada a possibili ricorsi delle aziende per ottenere il rimborso dei dazi pagati finora. Il 23 febbraio l’azienda di spedizioni FedEx ha presentato ricorso contro l’amministrazione Trump.

Il 23 febbraio Trump ha minacciato d’imporre dazi “molto più alti” ai paesi che volessero “giocare” con le conseguenze della sentenza della corte suprema.