22 marzo 2015 15:25

“I Monty Python sono il nostro riferimento insieme a Nanni Loy. Abbiamo visto e rivisto cento volte Made in Italy prima di iniziare a lavorare a questo film”. Così Francesco Mandelli, mesi fa, in un’intervista sul set torinese di La solita commedia.

Ok per i Monty Python. Comprensibile ispirarsi – per un film su Dante Alighieri, l’inferno e i nuovi peccati – a uno a caso dei pastiche pseudostorici del gruppo inglese. Ma Nanni Loy? Made in Italy? Una commedia a episodi del 1965 praticamente dimenticata. Hipsterismo cinefilo?


I Soliti idioti (Mandelli e Biggio con l’aiuto dello scrittore Martino Ferro) traevano il loro carattere alieno rispetto alla comicità italiana recente dall’esistenza di un canovaccio segreto: la serie televisiva inglese Little Britain, di crudeltà e scorrettezza calvinista/bruegeliana, riadattata e calata nel palinsesto a rotazione del canale Mtv.

Canovaccio segreto solo all’inizio perché adesso sta tutto su YouTube con i sottotitoli.


Invece per La solita commedia, Biggio e Mandelli (il brand Soliti idioti è rimasto alla vecchia produzione Taodue) mettono le mani avanti con una serie di riferimenti espliciti (o ampiamente suggeriti) che già valgono un saggio cinefilo d’assalto. Monty Python e Nanni Loy; L’inferno di Topolino (1949); il paradiso di Fantozzi e del Caffè Lavazza; Trainspotting; Non ci resta che piangere; I mostri di Dino Risi (c’è GianMarco Tognazzi nel cast di La solita commedia).

Da I mostri discende l’uso di plastiche facciali, parrucche, occhiali, dentiere e finti nasi per i personaggi comici. E in questo modo ci si ricongiunge facilmente al bad taste anni settanta del primo splatter americano (vedi Peter Jackson), che è più rock’n’roll, esteticamente più à la page (denti storti e un sacco di occhiali quadrati), più nelle corde di Biggio-Mandelli.

Ma l’ansia di dimostrare qualcosa a qualcuno, specie se vuoi far ridere, non è sempre una buona consigliera. Così, prima di La solita commedia c’era stato il teaser canterino di Vita d’inferno – che era ovviamente la sigla del film ma con il testo cambiato – con riferimenti sparsi a Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Renzo Arbore, Sergent Pepper, forse perfino a Pippo Franco. La canzone s’è classificata ultima a Sanremo come a suo tempo Vasco Rossi (della cui Vivere c’è ampia traccia alla fine del film perché Virgilio la canta a Dante), ma è passata abbastanza inosservata, una specie di corpo estraneo alla macchina della festa: troppo intelligente per essere scema come avrebbe voluto, e troppo scema – forse – per essere davvero intelligente.

C’è stata Osnangeles, la raccolta di racconti di Francesco Mandelli uscita come un ufo alla fine dell’anno scorso da Baldini e Castoldi. Neppure una microrecensione seria, tipo pagine culturali, come avrebbe almeno un poco meritato. Perché era il libro di un comico della tv? Probabile. A dire il vero dopo vent’anni di berlusconismo, un altro catalogo di mostri della profonda provincia brianzola (Osnago/Los Angeles) si presentava da sé come un déjà vu piuttosto fastidioso.

Pure vagamente nostalgico, benché estremamente consapevole (“Tutti questi aneddoti tipici dei primi anni novanta sono un misero trucco per far colpo sui nostalgici che si riconosceranno in ciò, poveracci. Volendo andare oltre: la miseria maggiore è scriverli, questi aneddoti per poi cercare di cavarsela con questo tra parentesi…” ).

E giù 883, Conad, troie, paninoteche, mercatoni dell’arredamento. Come ai bei tempi del Woobinda di Aldo Nove (“Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal”). In equilibrio precario tra Mastronardi, Cochi e Renato, l’estetica redneck di Sepolti vivi e la cronaca vera di Chi l’ha visto. Ma scritto bene. Made in Italy, comunque.

Made in Italy, film a episodi uscito a Natale del 1965, fu presto dimenticato perché di scarso successo nonostante la sceneggiatura di Ruggero Maccari ed Ettore Scola e un cast pazzesco con quasi tutti gli attori comici dell’epoca a dividersi ciascuno un breve sketch. Brevissimi, anche, come imponeva il genere: il signore che occupa tutto solo con le valigie lo scompartimento del treno stracolmo e si mette a dormire; un funerale nel profondo sud dove si piange e si mangia ogni ben di dio; Walter Chiari che si inventa una madre malata grave pur di cacciare l’amante dal letto e fuggire in pace al cinema; Lando Buzzanca promesso sposo siciliano ossessionato dall’illibatezza della sua fidanzata che scopre essere ladra, truffatrice, pessima baby sitter, ma grazie al cielo illibata. I soliti vizi italiani.

Il sottitolo infatti era: “Questi italiani”. Il critico della Stampa, un giorno di fine anno 1965, sbriciolò in punta di penna il film. Così:

Sì, gl’Italiani hanno molti difetti, e ai tanti possiamo aggiungere anche quello di crogiolarsi nella contemplazione dei medesimi, quasi considerandoli fatali e inamovibili. Certo cinema poi, anche di specie più bassa, si è addirittura specializzato in questa narcisistica critica di costume.

L’Unità, che pure annunciò con enfasi la lavorazione della pellicola nelle strade di mezza Italia, tolse a Nanni Loy perfino la soddisfazione (o il dolore) di una recensione. Dopo l’impegnato Le quattro giornate di Napoli, la scorribanda di Made in Italy fu liquidata come “qualunquismo di sinistra”. Gli sceneggiatori Scola e Maccari “pressappochistici osservatori del costume nazionale”. Non si inventa niente. Neppure la critica.

Ma insomma, di che cosa ridiamo quando ridiamo di noi? E poi: da che pulpito viene la predica?

Nell’ingegnoso gioco di scatole che ricuce gli sketch di La solita commedia (Minosse chiede a Dio di aiutarlo a catalogare i nuovi peccati/Dio riunisce il parlamento celeste/ Sant’Ambrogio ruba a San Francesco l’idea di rimandare Dante in terra/ Dante scende in città e citofona a un certo ignaro Virgilio, precario da supermercato/ Virgilio mostra a Dante la sua vita in forma di sketch), il catalogo si apre con il cornetto e cappuccino al bar la mattina e si chiude con la movida notturna di un gruppo di stronzi muniti di suv neri, tutti uguali (Fiat-Chrysler, modello Marchionne). Passa per le file al supermercato e la tossicodipendenza da smartphone, i carroattrezzi dei vigili urbani, il grottesco maschile (seduzione, infantilismo, calcetto), gli adoratori delle catastrofi e dell’io c’ero. E Dante prende appunti.

Ma la malvagità dei vigili urbani e l’homo homini lupus di cornetto e cappuccino erano già stati cavallo di battaglia dei Mostri. Nello strepitoso episodio “L’educazione sentimentale” Tognazzi e il figlioletto mangiano sei paste al bar e ne pagano due. II topos della scorribanda notturna invece si ritrova in Made in Italy, dove un gruppo di stronzi milanesi in cerca di emozioni forti finiscono a essere maltrattati dall’oste di una trattoriaccia romana. Ora, se il critico della Stampa potesse vedere La solita commedia sarebbe felice di sapere confermato il suo pensiero: cinquant’anni sono passati invano. Sfortunato lui, anzi, a essere nato in un’epoca che ancora contemplava la possibilità di una redenzione dai nostri “vizi fatali e inamovibili”, invece di arrendersi al cupo e vichiano passaggio delle ere.

Il meccanismo all’opera nei Soliti idioti, e cioè la mutazione delle fattezze dei personaggi e del loro linguaggio, nella Solita commedia diventa un progetto esibito, una variazione sul tema di questo horror senza redenzione. Per Biggio e Mandelli non è veramente importante che un supermercato possa magari essere un giorno un luogo ameno e umano (lo stesso vale per il bar, la discoteca, i cartelloni pubblicitari), perché non lo sarà mai. I clienti in fila alla cassa del CarrHELLo hanno già la faccia degli zombi di Romero, e ripetono il mantra “figa/minchia/porcodighel” dei Soliti idioti: “Tutta posto? Eh insomma… E quindi? Quindi niente”.

E poi, chi sarebbero i peccatori in questa storia? Per fare peccato sarebbe necessario come minimo una qualche forma di libero arbitrio, che nessuno dei personaggi dei peraltro cattolicissimi Biggio-Mandelli mostra mai di avere. Il riso come estrema e crudele forma di misericordia. La misericordia, come valore, si porta molto in questo periodo. Un’altra possibilità è dar retta finalmente ai critici.

Il peccato sono gli sketch come forma mutante della narrazione, virus televisivo dentro il cinema classico, abiezione massima dello sceneggiatore. Peccatori siamo noi che ci caschiamo. Un film che mostra la morte di Dio negli ultimi fotogrammi (il pover’uomo vestito di bianco ucciso dalla smodata dieta di fumo, alcol e pasticche), e lo fa risorgere mentre passano i titoli di coda, alla chetichella mentre tutti raccolgono il cappotto e lasciano la sala, non merita di finire all’inferno?