Manifestanti di estrema destra a Varsavia, in Polonia, novembre 2018. (Omar Marques, SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Il nazionalismo che viene dall’Europa dell’est

Manifestanti di estrema destra a Varsavia, in Polonia, novembre 2018. (Omar Marques, SOPA Images/LightRocket via Getty Images)
14 giugno 2019 10:32

La risposta alla domanda se in Europa centrale i concetti di nazione e nazionalismo hanno un significato diverso che nell’Europa occidentale o negli Stati Uniti è senza dubbio affermativa. Sì, l’idea di nazione nella mente dei polacchi, dei cechi, degli slovacchi, degli ungheresi, dei lituani, dei lettoni, degli estoni, e anche degli ucraini, dei bielorussi, dei romeni, dei moldavi, dei bulgari, degli sloveni, dei croati, dei serbi, dei macedoni, dei musulmani bosniaci, degli albanesi è in molti casi estremamente diversa da quella a cui sono abituati i britannici, i francesi, gli spagnoli, gli italiani e perfino i cittadini della Mitteleuropa, come i tedeschi o gli austriaci. Questa specificità è al tempo stesso motivo di orgoglio e ragione di complessi profondamente nascosti.

Questa riflessione del politologo polacco Radosław Zenderowski, pubblicata nella preziosa raccolta di saggi Understanding Central Europe, è una premessa necessaria se si decide di affrontare la questione del ritorno del nazionalismo in uno spazio geografico particolare – l’Europa centrorientale – proprio mentre il cosiddetto sovranismo, le politiche identitarie e le tendenze autoritarie si diffondono in mezza Europa e in molte altre aree del pianeta.

Solo tre o quattro anni fa partire dall’Ungheria o dalla Polonia sarebbe stata una scelta quasi obbligata: prima della Brexit, della vittoria di Trump negli Stati Uniti e dell’arrivo di Salvini al governo in Italia, il cuore della controrivoluzione conservatrice batteva tra Budapest e Varsavia. E per la prima volta in decenni erano gli occidentali a guardare verso est per capire in che direzione avanzava lo spirito del tempo.

Oggi l’identitarismo e il populismo di destra trionfano ovunque. Ma l’unicità del caso centroeuropeo rimane. E testimonia che la frattura tra l’est e l’ovest del continente, che molti s’illudevano fosse stata ricomposta con l’allargamento dell’Unione europea e della Nato alla metà degli anni duemila, in qualche misura esiste ancora.

Negli ultimi anni l’Ungheria e la Polonia hanno optato per un modello di sviluppo illiberale e con evidenti tratti di autoritarismo

Per raccontare i passi indietro in termini di democrazia e rispetto dello stato di diritto compiuti dall’Ungheria a dalla Polonia con il ritorno al governo dei nazional-conservatori di Fidesz e della destra clericale di Diritto e giustizia, nel 2010 e nel 2015, diversi commentatori occidentali hanno parlato di un nuovo scivolamento verso est. Stando a questa lettura, dopo aver riacquistato il proprio posto in Europa – da cui, come aveva scritto Milan Kundera negli anni ottanta, erano stati separati a forza dopo il 1945 – questi paesi avevano deciso di riavvicinarsi al mondo dei loro vecchi carcerieri, allontanandosi dalla civiltà occidentale. Era il vecchio stigma dell’appartenenza all’oriente del dispotismo, rispolverato con un certo compiacimento da osservatori pronti a puntare il dito contro gli scolari discoli dell’Europa centrale: eravate diventati occidentali come noi, ora siete tornati a essere orientali. Un’evidente semplificazione, resa possibile dal discutibile ricorso alla geografia per definire orientamenti culturali e politici.

Al di là di queste banalizzazioni è però un fatto che negli ultimi anni soprattutto l’Ungheria, e con minor convinzione la Polonia, abbiano optato per un modello di sviluppo illiberale e con evidenti tratti di autoritarismo. E che lo abbiano fatto per una scelta politica precisa, consapevole ed esplicitamente rivendicata, che inevitabilmente ha aperto un fronte di scontro con l’Unione europea e diversi altri paesi del continente.

A Budapest il modello liberale, che solo all’inizio degli anni duemila sembrava l’approdo inevitabile e definitivo di ogni processo di transizione, è andato in tilt. E al suo posto si è affermata un’ideologia che tiene insieme i temi classici dell’identitarismo di destra – il ritorno dell’etnia come fondamento della cittadinanza, la xenofobia esplicitamente rivendicata, l’autoritarismo – con una retorica populista capace di parlare alle masse e di alimentare una mobilitazione continua contro le élite, l’Europa, le minoranze e tutto ciò che ricordi anche solo vagamente la sinistra.

Breve euforia
Questa regressione antidemocratica ha stupito molti, anche perché si è manifestata in paesi che sono altamente integrati nel mondo globalizzato e che traggono evidenti benefici dall’appartenenza a una grande organizzazione sovranazionale come l’Unione europea. Eppure, già al principio degli anni novanta diversi intellettuali, politologi e storici – occidentali come esteuropei – avevano capito che la trasformazione del mondo ex comunista non sarebbe stata un percorso glorioso verso il trionfo della democrazia liberale, del capitalismo e della globalizzazione, ma un processo tortuoso e complesso, con conseguenze complicate da gestire.

L’euforia è sempre breve, da qualunque cosa sia causata. E l’euforia postcomunista è ormai terminata, mentre si moltiplicano le premonizioni di pericoli imminenti,

scrisse il filosofo polacco Leszek Kołakowski sul numero della rivista americana Daedalus dedicato nel 1992 alla fine dei regimi comunisti, sfidando l’ottimismo dei sostenitori della teoria della “fine della storia” di Francis Fukuyama. Sulle stesse pagine lo storico britannico Tony Judt notò che

oggi possiamo ragionevolmente aspettarci di dover vivere nel futuro prossimo in un’era di incertezza, con tensioni e instabilità a livello interno e internazionale”.

Gli esempi potrebbero essere più numerosi.

Negli ultimi anni la crisi del consenso liberale, che è anche la crisi della democrazia rappresentativa, si è allargata a gran parte del mondo occidentale. Ma il fatto che il nuovo modello sovranista o ultraconservatore abbia attecchito prima di tutto, e con particolare virulenza, nei paesi ex comunisti non è casuale. A renderlo possibile è stata una serie di motivi che hanno a che fare sia con la storia degli ultimi decenni sia con il passato più distante.

Innanzitutto il patto liberale sottoscritto da cittadini e potere dopo il 1989 è stato messo in discussione dalla crescita delle disuguaglianze, conseguenza inevitabile della transizione al libero mercato. L’illusione che nell’arco di pochi anni i cittadini esteuropei avrebbero raggiunto il livello di ricchezza degli occidentali si è scontrata con una realtà fatta anche di emigrazione, bassi salari, deterioramento del welfare e aumento del costo della vita. Lo smarrimento collettivo e la perdita di senso legata ai mutamenti nel mondo del lavoro hanno colpito sia i paesi in cui la transizione è stata più lenta, gestita in modo poco trasparente e caratterizzata dalla corruzione (Romania e Bulgaria, per esempio), sia quelli che sono generalmente citati come modelli di sviluppo e crescita (Polonia).

In secondo luogo, la rapidità con cui la modernizzazione ha investito queste società ha avuto conseguenze inevitabili anche sulla mentalità collettiva, creando una frattura tra le classi urbane, più aperte e pronte ad abbracciare i cambiamenti, e quella parte della popolazione più tradizionalista e refrattaria alle novità importate dall’occidente in materia di tutela delle minoranze, diritti delle persone lgbt, femminismo, libertà civili. Questa frattura è stata abilmente manipolata dai poteri nazional-conservatori per accentuare la polarizzazione della società, creando tensioni e conflitti utili a tenere viva la mobilitazione dei cittadini. Jarosław Kaczyński, il leader del partito clerical-conservatore polacco Diritto e giustizia, ha esplicitamente detto che la Polonia deve proteggersi dal “morbo sociale che ha infettato l’Unione europea”. E in più d’una occasione il leader ungherese Viktor Orbán ha espresso concetti analoghi.

Oltre a queste ragioni di ordine economico e sociale, a preparare il terreno per la proliferazione di tendenze illiberali e ultraconservatrici nell’Europa ex comunista ha contribuito anche un altro fattore: la permanenza di una certa mentalità autoritaria sopravvissuta ai vecchi regimi, sia pure in forme diverse. Forme che potremmo definire di destra come di sinistra: da una parte la familiarità con il totalitarismo di stampo leninista, dall’altra la presenza del nazionalismo etnico nell’eredità lasciata dai regimi filosovietici. Come scrisse Kołakowski nel 1992

un’ondata di passioni nazionaliste e di odio sta attraversando l’Europa postcomunista: era prevedibile, previsto e atteso con preoccupazione. La spiegazione più comune di questo fenomeno è che le ideologie nazionaliste si sono inserite nel vuoto lasciato dal comunismo; che si sono risvegliate dopo essere rimaste dormienti per decenni. La realtà è più complicata. Non c’è mai stato un vuoto creato all’improvviso dal crollo dei vecchi regimi; l’ideologia comunista ha cessato di esistere come idea praticabile diversi anni prima del 1989. E le passioni nazionaliste non erano affatto dormienti: si erano sviluppate già da tempo, parallelamente all’indebolimento dei meccanismi totalitari.

La presenza del nazionalismo nei regimi comunisti è un dato essenziale per capire l’attualità. Da una parte le idee nazionali e identitarie si sono affermate – come spiega il filosofo polacco – quando la morsa dei regimi ha cominciato ad allentarsi, ma dall’altra la retorica nazionalista era già stata cavalcata ufficialmente in molti paesi comunisti, e con particolare intensità nella Romania di Nicolae Ceaușescu e in Albania. È quell’ibrido che definiamo nazionalcomunismo, che si nutriva di slogan identitari (“I romeni devono essere padroni a casa loro”) e in cui le manifestazioni di antisemitismo, xenofobia e diffidenza verso le minoranze non erano una rarità, anche in società chiuse e largamente omogenee sotto il profilo etnolinguistico. La sottovalutazione di queste tendenze nei regimi comunisti ha prodotto un malinteso di cui ancora scontiamo gli effetti: in occidente molti non hanno compreso che le rivoluzioni del 1989 avevano una chiarissima dimensione nazionale. Se questa semplice verità fosse stata evidente, forse sarebbe stato possibile affrontare e gestire con maggior consapevolezza l’ascesa del nazional-conservatorismo in Europa centrale.

Intervista a Martin Pollack e Slavenka Draculić


Dietro a questi problemi, che attengono alle vicende degli ultimi settant’anni, ci sono però anche delle particolarità storiche dalle radici più profonde, che sono altrettanto importanti per spiegare la specificità del caso centroeuropeo. Prima di cercare di analizzarne i diversi aspetti, possiamo riassumerle in una sola grande questione: il contorto, e forse incompleto, processo di formazione degli stati nazione. È questo l’elemento che ha prodotto un quadro nazionale tutt’altro che solido, a differenza di quello occidentale, creando nei piccoli paesi della regione una situazione di persistente precarietà.

Anomalie
In questa parte d’Europa la nascita degli stati nazione ha seguito un percorso diverso da quello occidentale: prima sono nate le comunità culturali e linguistiche, e solo in un secondo momento gli stati nazionali. Capovolgendo le parole attribuite a Massimo D’Azeglio – “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” – si può dire che si sono fatti prima i polacchi e poi la Polonia, prima i cechi e poi la Cechia. Questo processo, come se non bastasse, è avvenuto non in aree etnicamente omogenee, ma in zone dominate da grandi imperi plurinazionali, plurilinguistici e pluriconfessionali come quello austroungarico, quello zarista e quello ottomano. In regioni dove la definizione stessa dell’identità era estremamente fluida, la creazione di comunità nazionali e l’instaurazione di confini che le delimitassero è stato un compito abnorme, destinato a incontrare ostacoli e battute d’arresto e sviluppatosi tra violenze e conflitti.

Come spiega il giurista e filosofo ungherese István Bibó in un testo essenziale, Miseria dei piccoli stati dell’Europa orientale, pubblicato nel 1946, le difficoltà nella “formazione e nella stabilizzazione delle nazioni in questa regione” d’Europa hanno dato vita a una “deformazione della cultura politica” da cui deriva “il tratto più caratteristico dello squilibrio nella psicologia politica in Europa centrale e orientale: la paura esistenziale per la propria comunità”. Secondo Bibó, questa alterazione ha prodotto una serie di anomalie che, subito dopo la guerra, il filosofo considerava all’origine dei mali di questa parte del continente.

Bibó scriveva in epoca di stalinismo trionfante, mentre i regimi filosovietici s’imponevano dalla Polonia alla Bulgaria, ma certi tratti che individuava possono essere ancora utili per capire dove affondano le radici delle attuali democrazie illiberali. Nella sua analisi il timore per la sopravvivenza per la propria comunità va di pari passo con una mobilitazione nazionalista costante; in questo clima la cittadinanza diventa ricettiva verso “ogni tipo di teoria o ideologia astrusa e inverosimile”, e soprattutto si produce – cosa più rilevante – una spaccatura tra democrazia e sentimento nazionale, con l’emergere della convinzione che la prima sia d’ostacolo al secondo. Stando a questa concezione antidemocratica del nazionalismo, la libertà è un rischio per la sicurezza della nazione, e compito della cittadinanza è dare la caccia ai traditori, ai nemici interni, alle quinte colonne. Il tutto è condito da una mistica che nutre sentimenti di vittimismo storico (riassumibili nella frase “un tempo eravamo un grande paese, ora siamo ridotti a non contare nulla”, ricorrente tra sovranisti e nazionalisti) e innesca conflittualità e ostilità verso le minoranze. In un simile contesto diventano possibili “le forme più svariate di mistificazione e corruzione della democrazia”, per usare le parole di Bibó.

I migranti hanno usurpato lo status di vittime su cui i cittadini dei paesi ex comunisti erano convinti di avere una specie di esclusiva

È evidente che la “nevrosi collettiva” illustrata dal filosofo ungherese, e alimentata per decenni da “narrazioni storiche costruite intorno ai concetti di trauma, ingiustizia e sofferenza” (Dagmar Kusá, Understanding Central Europe), è la stessa che la propaganda di Orbán e Kaczyński sull’invasione dei migranti ha rimesso in moto negli ultimi anni. Prima di tutto perché i migranti sono stati presentati come una minaccia alla sicurezza e all’identità etnica dei popoli centroeuropei, ma in fondo anche perché hanno usurpato lo status di vittime su cui i cittadini dei paesi ex comunisti erano convinti di avere una specie di esclusiva, forti di una visione secondo cui le loro nazioni erano in debito con la storia. Infine, la sfida dell’accoglienza dei migranti ha ricordato agli europei dell’est i fallimenti già sperimentati nell’integrazione di un’altra grande minoranza che all’occorrenza è bersaglio e capro espiatorio di odi e frustrazioni: i rom.

Un altro elemento fondamentale per capire la profondità della paura esistenziale dei paesi centroeuropei, utile anche a mettere nella giusta prospettiva la questione dell’ostilità verso gli stranieri, è rappresentato dalle dinamiche demografiche. Dopo il 1989 i paesi dell’Europa ex comunista hanno subìto un’emorragia di popolazione senza precedenti. Milioni di esteuropei sono emigrati in occidente per cercare lavoro o, quando il lavoro c’era anche a casa, per avere stipendi più decorosi. In trent’anni la Romania ha perso il 20 per cento della popolazione, la Lituania il 25 per cento, la Bulgaria il 22 per cento. Se i trend saranno confermati, fra trent’anni la Polonia e l’Ungheria avranno il 15 per cento degli abitanti in meno di oggi, la Croazia il 17 per cento. In Bulgaria la popolazione si contrarrà di un ulteriore 23 per cento: nell’arco di appena due generazioni si sarà dimezzata. Lontano dalle grandi città, sempre più moderne e globalizzate, un mondo intero sta invecchiando e scomparendo. Considerata questa realtà, il timore per la sopravvivenza della propria comunità acquista concretezza, e la paura delle frontiere aperte subisce un rivolgimento di senso: se il vero problema non fosse l’arrivo di qualche migliaio di migranti, ma la partenza di centinaia di migliaia di ragazzi, che svuota le scuole, i villaggi, le cittadine?

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Per i nazionalisti e i populisti di destra la risposta a queste paure è la difesa della comunità, intesa come raggruppamento etnico, dall’invasione dello straniero; il rifiuto del cosmopolitismo, parola pericolosamente tornata d’attualità negli ultimi anni; la diffidenza verso le élite liberali, percepite come slegate da ogni appartenenza nazionale (gli individui che il politologo britannico David Goodhart chiama gli anywhere, capaci di vivere ovunque e con un’appartenenza fluida, opposti ai somewhere, legati necessariamente al proprio luogo d’origine e alle sue tradizioni); l’affermazione della solidarietà su base etnica; il ritorno ai valori della tradizione patriarcale; la religione come sorgente d’identità politica. In base a un’idea d’Europa escludente e identitaria, i nazional-conservatori dei paesi ex comunisti rivendicano per loro stessi il diritto alla libertà di movimento, ma propugnano la chiusura delle frontiere per chiunque non sia bianco e cristiano.

Protagonista di questa controrivoluzione conservatrice non è la vecchia maggioranza silenziosa della classe media moderata, ma la anxious majority individuata in After Europe da Ivan Krastev, una maggioranza impaurita di cittadini che, proprio a causa della loro angoscia esistenziale, possono agevolmente diventare vittime di una propaganda sfacciata e costruita su mistificazioni e aperte falsità.

Questo testo è un estratto dal primo capitolo di Nazionalismi. Democrazie illiberali, tentazioni autoritarie e identità nell’Europa centrorientale (Editrice Bibliografica 2019).

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