La nave Aquarius nel porto di Marsiglia, giugno 2018.

L’Aquarius sospende le operazioni di soccorso in mare

La nave Aquarius nel porto di Marsiglia, giugno 2018.
07 dicembre 2018 17:23

Dopo due mesi bloccata nel porto di Marsiglia senza riuscire a ottenere una bandiera, la nave umanitaria Aquarius di Medici senza frontiere (Msf) e Sos Méditerranée ha annunciato che sospenderà le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, lungo una delle rotte migratorie più pericolose del mondo percorsa nel 2018 da almeno trentamila persone.

“Una scelta dolorosa, ma purtroppo obbligata, che lascerà nel Mediterraneo più morti evitabili, senza alcun testimone”, ha dichiarato Msf in un comunicato. Con queste dichiarazioni si chiude un capitolo nero per le organizzazioni umanitarie che negli ultimi due anni sono state al centro di un’aggressiva campagna di discredito che le ha travolte e danneggiate.

Tra tutte le navi che hanno affiancato i mezzi militari di Frontex e della guardia costiera italiana a partire dal 2015, Aquarius è stata probabilmente quella più famosa, forse per il nome che ricorda la canzone The age of aquarius dei Fifth Dimension, forse per le sue dimensioni e la sua capacità di tenere il mare che l’hanno vista protagonista di operazioni di salvataggio impegnative (poteva salvare fino a mille persone per volta), forse per lo sgargiante colore arancione dello scafo, oppure per aver fatto salire a bordo più di cento giornalisti di decine di nazionalità che l’hanno fatta conoscere in tutto il mondo e hanno aperto una finestra su quello che succede alla frontiera meridionale dell’Europa, una delle più cruente del mondo. Forse per tutte queste ragioni, Aquarius rimarrà nella memoria di tutti.

Una lunga campagna di discredito
Il timore, però, è che la vecchia imbarcazione che un tempo si chiamava Gatto del mare sia ricordata più per le false accuse di essere un “taxi del mare”, un fattore di attrazione per i migranti che tentano la traversata per arrivare in Europa, o addirittura per i presunti collegamenti con i trafficanti di esseri umani paventati nell’aprile del 2017 dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro e mai dimostrati; o ancora per l’ipotesi sollevata sempre dalla procura di Catania che la nave non abbia smaltito correttamente i vestiti usati dei migranti o infine per quella volta nel giugno del 2018 che il ministro dell’interno Matteo Salvini ha costretto l’Aquarius ad attraccare a Valencia, in Spagna, definendo la traversata con più di novecento persone a bordo “una crociera”, perché aveva annunciato su Twitter che avrebbe chiuso i porti italiani alle navi delle ong.

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Il timore è anche che siano dimenticate le trentamila persone salvate in due anni dall’imbarcazione, o le decine di donne incinte e vittime di tratta che sono state curate e assistite nello shelter (rifugio) allestito sotto coperta o ancora che ci si dimentichi della piccola Mercy, nata nell’infermeria di bordo in mezzo al mare, o di Christ, un altro neonato assistito insieme a sua madre Constance, dopo essere nato su un gommone al largo della Libia. E infine che siano dimenticate le migliaia di persone che ancora provano ad attraversare il mare, ma che hanno un’altissima probabilità di perdere la vita (uno ogni sette persone) o di essere riportati indietro dai libici dopo giorni di navigazione alla deriva.

Anche se finora tutte le indagini aperte dalla procura di Catania e dalle altre procure siciliane non hanno portato a nessun processo e ad alcun rinvio a giudizio, l’opinione pubblica italiana sembra aver cambiato rapidamente idea nei confronti dei salvataggi in mare, sotto i colpi di un’incalzante propaganda politica che ha messo l’immigrazione al centro del discorso pubblico. Se nel 2017 la maggior parte dell’opinione pubblica italiana era favorevole ai soccorsi, un anno dopo la stessa maggioranza non vuole più ascoltare le storie di chi è stato salvato in mezzo al mare dalle navi umanitarie, sfuggendo all’annegamento o alla certezza di essere riportato nei centri di detenzione libici dalle motovedette donate dall’Italia alla cosiddetta guardia costiera libica.

Secondo un sondaggio Demos di qualche settimana fa, in meno di un anno più del 50 per cento dell’opinione pubblica italiana ha cambiato idea e ora sarebbe favorevole alla cosiddetta politica di deterrenza totale. L’impressione è che il clima di sospetto contro le organizzazioni non governative che compiono soccorsi in mare si sia esteso rapidamente a tutti coloro che si occupano d’immigrazione e poi a tutti coloro che si occupano di aiutare gli altri. Le operazioni di soccorso nel Mediterraneo hanno subìto un attacco irreversibile e anche la missione europea Sophia sembra essere a rischio. Ma gli effetti della campagna di discredito contro gli umanitari dureranno ancora a lungo e non riguarderanno solo i migranti e i profughi. Nel luglio del 2017 un operatore dell’Aquarius mi disse: “Quello che stiamo facendo ha un senso profondo e sono curioso di sapere come saranno raccontati nei prossimi anni i giorni che stiamo vivendo”. Molto dipenderà da chi deciderà di raccontare la storia.

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