Nella sala intitolata ad Aldo Moro alla camera dei deputati, Roma, gennaio 2013.

Le parole sul caso Aldo Moro

Nella sala intitolata ad Aldo Moro alla camera dei deputati, Roma, gennaio 2013.
09 maggio 2018 11:41

Negli ultimi mesi, a quarant’anni dall’assassinio del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, il 9 maggio 1978, è aumentato il ritmo delle uscite di libri dedicati a quei fatti. La mattina del 16 marzo 1978 in cui le Brigate rosse lo rapirono, si votava la fiducia al quarto governo presieduto da Giulio Andreotti. Per la prima volta il Partito comunista partecipava alla maggioranza parlamentare che avrebbe sostenuto l’esecutivo. Ed era stato Moro a gestire l’accordo.

Il 1978 è stato un anno cruciale per la repubblica, forse l’anno finale per quel progetto politico e sociale immaginato dalla costituzione, o almeno è così per alcuni storici e politologi che ritengono che una vera seconda repubblica non sia mai riuscita a nascere dalle ceneri di quella crisi. Vero è che l’unico elemento in comune a tutti questi libri è la constatazione che con Aldo Moro non sia morto solo l’uomo e nemmeno solo il politico.

Sui fatti relativi al caso Moro ci sono varie letture. Una versione è quella fornita dalle commissioni parlamentari. La prima fu istituita nel 1979; l’ultima, guidata dal senatore Giuseppe Fioroni, ha lavorato tra il 2014 e il 2017: qui c’è la relazione finale dell’attività svolta. E poi ci sono le mostre fotografiche, i romanzi, i drammi teatrali, e i documentari. Sul terrorismo degli anni settanta il riferimento fondamentale è la trasmissione Rai La notte della Repubblica di Sergio Zavoli, andata in onda tra la fine del 1989 e la primavera del 1990.

Gli unici due testi che forse si possono considerare non così divisivi sono gli scritti di Aldo Moro: le lettere che lui stesso compose dalla prigionia; e il cosiddetto memoriale, ossia le sue riflessioni in risposta all’interrogatorio delle Brigate rosse nella “prigione del popolo”.

Le lettere e il memoriale in un certo senso costituiscono la versione di Moro del suo stesso caso

È difficile dire che testi siano. Le lettere sono un centinaio, ritrovate in forma dattiloscritta in due momenti diversi nel covo di via Montenevoso – nel 1978 in una perquisizione e per caso durante dei lavori di ristrutturazione nel 1990. Quanto di quello che c’è scritto sia stato manipolato dalle Br non è semplice stabilirlo. L’edizione critica del carteggio è stata curata da Miguel Gotor ed è stata pubblicata per la prima volta nel 2008. Non c’è dubbio però che lì dentro ci sia la voce di Moro; è lui stesso a un certo punto a urlarlo: “Non ho subìto nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia”.

La storia del memoriale è ancora più complessa. I brigatisti decisero di non diffonderlo, nonostante la grande quantità di informazioni contenute e nonostante il tono di Moro nei confronti del potere fosse sferzante. Anche il memoriale fu scoperto in una versione fotocopiata nel covo di via Montenevoso in due tranche – 1978 e 1990 – e da subito ci fu chi, leggendo queste carte, s’interrogò sul perché le Brigate rosse non l’avessero divulgato e avessero fatto sparire l’originale. Tutta la storia del manoscritto l’ha ricostruita Miguel Gotor nel saggio Il memoriale della repubblica, del 2011. L’edizione critica è in corso di realizzazione. Per leggerlo c’è la versione curata da Francesco Biscione nel 1993 (un pdf è facilmente reperibile in rete).

Le lettere e il memoriale in un certo senso costituiscono la versione di Moro del suo stesso caso. Che in parte avvalora, in parte smentisce, in parte ignora, in parte omette le altre versioni che in questi quarant’anni sono state elaborate.

Due filoni
Francesco Biscione ha aggiornato a gennaio 2018 un elenco di più di duemila testi per l’archivio Sergio Flamigni. E forse il testo di storia più affidabile e chiaro è Il caso Moro di Agostino Giovagnoli. Per il resto, nella sterminata bibliografia si possono riconoscere almeno due grossi filoni.

Da una parte ci sono i testi che accreditano – ovviamente con molti distinguo – la versione delle Brigate rosse. Dall’altra c’è il grande filone secondo cui i misteri sono ancora tantissimi e la narrazione con le Br al centro è una specie di falso che opacizza verità spesso clamorose ancora da indagare. Questo genere di contestazione naturalmente non nega un ruolo ai brigatisti – sequestratori e assassini – ma ne fa di volta in volta pedine consapevoli o inconsapevoli di altri interessi.

Nel primo filone non c’è una convergenza tra le voci dei protagonisti della vicenda, ma sul finire degli anni ottanta si è sedimentata una ricostruzione dell’agguato di via Fani e della prigionia di Moro a partire da un altro memoriale, di circa 300 pagine, scritto dal brigatista Valerio Morucci. La prospettiva di Morucci e quella della sua compagna Adriana Faranda – tra i primi a riconoscere la sconfitta politica delle Br e a dissociarsi – sembra quella di una rivendicazione politica, consentita da una presa di responsabilità giudiziaria piena. Nel processo Moro quater (1992-1994) Morucci dichiarò: “L’onorevole Moro è stato sequestrato dalle Br, tenuto prigioniero dalle Br, interrogato dalle Br, ucciso dalle Br”.

Trai testi più recenti che appartengono al primo filone e che seguono la prospettiva (politica e storica) dei brigatisti, pur contestualizzandola, ci sono Un affare di stato, di Andrea Colombo, e Brigate rosse di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena.

Nella prefazione del primo, Colombo fa i conti con quell’intrico che è il “caso Moro”, rubricandolo a genere letterario, e mettendo in dubbio il senso delle commissioni parlamentari.

[C’è una] convinzione diffusa, impermeabile alle puntuali smentite degli inquirenti o degli storici, quella secondo cui il rapimento di Aldo Moro nasconde trame imperscrutabili che coinvolgono praticamente tutti gli attori in campo sul teatro italiano e mondiale: la Cia, la Stasi, i servizi segreti cecoslovacchi, il Mossad, la P2, i servizi italiani ‘deviati’, Gladio, lo Ior vaticano, un misterioso servizio supersegreto detto ‘anello’, la mafia, la ’ndrangheta, la banda della Magliana, i palestinesi.[…] La commissione ha aggiunto nuovi elementi al già ricchissimo catalogo dei ‘misteri del caso Moro’. O più precisamente ne ha sostituito alcuni dei principali con altri nuovi di zecca.

Il libro di Santalena, Clementi, Persichetti, insiste ancora di più sulla lettura politica e autonoma delle Brigate rosse, la fa propria, a dispetto delle molte contraddizioni: “Gli ex brigatisti hanno raccontato le loro verità. Non coincidevano, però, con quanto si sperava di leggere”.

Il secondo filone è sicuramente più consistente anche per numero di testi. Ci troviamo i libri in cui si ritiene che manchino dei pezzi di verità importanti, e che la versione centrata sulla responsabilità principale delle Brigate rosse faccia acqua da molte parti.

Tra questi vanno annoverati una serie di saggi usciti negli ultimi mesi. C’è il volume che raccoglie e traduce gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta guidata da Giuseppe Fioroni, Il caso non è chiuso. La verità non detta, dello stesso Fioroni e di Maria Antonietta Calabrò.

Il cimitero di Torrita Tiberina dove è sepolto Aldo Moro, Roma, settembre 2012.

Già il titolo è eloquente: il caso Moro è ancora pieno di interrogativi, di omissioni, di colpevoli silenzi. Ma soprattutto si sostiene che il memoriale Morucci-Faranda sia un dossier scritto a molte mani, utile a una trattativa politica tra brigatisti e istituzioni – in specifico i servizi segreti – per “tombare” la ricerca della verità, consentendo però la fine della lotta armata e la riduzione del carcere per i brigatisti.

Anche Il puzzle Moro di Giovanni Fasanella e L’ultima notte di Aldo Moro di Paolo Cucchiarelli danno poco credito alla versione di Morucci e Faranda, anche perché ritengono che pure a loro due sia stato occultato un disegno politico più ampio e complesso.

Fasanella è un giornalista che ha cominciato a occuparsi delle indagini su Moro già nel 1978 quando era un giovanissimo cronista dell’Unità; ha scritto diversi libri su Moro, e l’ultimo, Il puzzle Moro, si avvale di una ricerca meticolosa su fonti che nessuno finora aveva spulciato, gli archivi di stato inglesi a Kew Gardens. In base a queste carte, Fasanella mette la vicenda di Moro in una prospettiva più lunga temporalmente: parte da Jalta, 1945, e sostiene che lì si stabilì che “ai governi di Roma fosse dato ogni possibile sostegno morale e materiale da parte degli Stati Uniti, ma nell’ambito degli interessi britannici”.

Il progetto di Aldo Moro “minacciava di rimettere in discussione la sudditanza nei confronti del Regno Unito, rilanciando la politica mediterranea dell’Italia e portando l’Eni sotto la ferrea tutela del governo”. Soprattutto, il governo di solidarietà nazionale con il Pci rischiava di rivoluzionare la politica estera italiana, provocando un effetto domino sull’Europa, che era considerato come disastroso dall’asse angloamericano. Moro si trovò a essere quindi la vittima sacrificale prescelta, e via Fani fu la tempesta perfetta.

Cucchiarelli in L’ultima notte di Aldo Moro fa una ricostruzione ancora più azzardata. Partendo da fonti molto varie, anche rispetto all’attendibilità storica, sostiene che in via Fani non ci fossero solo brigatisti, ma che quella strage sia stata un’operazione coperta libico-statunitense; sostiene che Moro non fu tenuto sempre in via Montalcini (la versione delle Br) ma fu trasportato in diverse “prigioni del popolo” (anche in Sabina e a Fregene); sostiene che il cuore della trattativa fu tra Autonomia operaia e il Partito socialista; che Moro fu ucciso in uno stabile del demanio al centro di Roma, confutando la versione della commissione Fioroni; e sostiene soprattutto che un ruolo fondamentale – compreso quello di aver sparato a Moro – ce l’abbia avuto Tony Chichiarelli, appartenente alla banda della Magliana, “personaggio enigmatico con collegamenti multipli nel mondo della criminalità organizzata e dell’estremismo politico”, morto in un agguato nel 1984.

La trama messa insieme da Cucchiarelli è avvincente. Ma anche per uno storico non esperto è chiaro che la mole di dati da vagliare nella sua ricostruzione è davvero notevole. Questo non toglie che almeno una parte delle suggestioni sottolineino dei punti ciechi sul caso.

Anche il libro di Simona Zecchi, La criminalità servente del caso Moro, indaga sulle aderenze tra i brigatisti più disinvolti con le armi (Morucci e Prospero Gallinari) e la criminalità organizzata: in questo caso, oltre la banda della Magliana, Zecchi chiama in causa la nuova camorra organizzata e la ‘ndrangheta, e ascrive al brigatista Giovanni Senzani, fautore di un’alleanza tra criminalità e lotta armata, un ruolo attivo nella vicenda Moro.

Destini incrociati
Sembra che a ogni nuovo tentativo di illuminare il caso Moro la luce si rifranga non tanto sulla vicenda in sé, ma su chi racconta, come se quella crisi politica sia un passaggio rituale da attraversare per chiunque in Italia: giornalisti, politici, storici, cittadini qualunque.

Possiamo leggere così Un atomo di verità di Marco Damilano, direttore dell’Espresso, che prova a superare le aporie dell’inchiesta con una tesi forte come una presa di coscienza generazionale (Damilano è del 1968): “Eravamo bambini sconvolti da un evento traumatico riportati a casa per mano dai genitori perché avevano rapito Moro. Quel giorno siamo diventati grandi”.

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Di certo, anche se il caso Moro resterà irrisolto, non possiamo rimanere prigionieri in quel cono d’ombra. La crisi del 1978 è stata un’agonia, secondo Damilano, che si è protratta fino a Tangentopoli. Alla fine del libro, con una mossa arrischiata, Damilano va prima in pellegrinaggio ad Hammamet sulla tomba di Bettino Craxi, poi a Torrita Tiberina su quella di Aldo Moro: un passaggio di consegne e insieme una dichiarazione di responsabilità, di ingresso nell’età adulta.

E così il lutto di Moro si mescola alle storie personali – per Damilano la morte di suo padre si mescola al racconto storico – mentre lo straziante congedo che Moro lascia nelle sue lettere ai familiari, ai figli, al nipotino Luca sembra un invito a poter superare le secche della storia, e continuare a fare politica oggi.

Come nel monito evangelico a “lasciare che i morti seppelliscano i loro morti”.

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