Una manifestazione di studenti a Roma per chiedere più risorse da destinare alla scuola, novembre 2017.

A scuola le politiche di repressione sulla droga non servono a niente

Una manifestazione di studenti a Roma per chiedere più risorse da destinare alla scuola, novembre 2017.
03 ottobre 2018 15:23

Christian Raimo sarà al festival di Internazionale a Ferrara il 5, 6 e 7 ottobre.

Il 26 agosto scorso il ministero dell’interno ha pubblicato la direttiva Scuole sicure, per cui si sono stanziati 2,5 milioni di euro per finanziare i controlli antidroga negli istituti scolastici: cani, telecamere, forze dell’ordine davanti e dentro le scuole.

Eppure il consumo di sostanze stupefacenti tra i ragazzi rimane più o meno stabile da dieci anni. L’ultima relazione dell’Osservatorio europeo sulle droghe e sulle tossicodipendenze (dati 2018) mostra che la percentuale dei ragazzi che fanno uso di sostanze rimane praticamente la stessa; la relazione al parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, del 2017, ci dice che il 25,3 per cento degli studenti ha fumato cannabis almeno una volta nell’ultimo anno, l’11 per cento ha fatto uso di cannabinoidi sintetici (la cosiddetta Spice), il 3,5 per cento di nuove sostanze psicoattive (per esempio la ketamina), il 2,2 per cento di cocaina, l’1,1 di eroina.

Certo, gli usi di sostanze vanno ricompresi in un mercato che sta cambiando soprattutto per stili di vita e trasformazioni del mercato; la possibilità di acquistare on line ha ovviamente modificato lo spaccio.

La maggior parte dei soldi sono destinati non alla prevenzione, alla cura e al reinserimento, ma alla repressione

Un’inchiesta pubblicata il 16 settembre dall’Espresso metteva in luce come però il numero di minori di 18 anni in cura per problemi di tossicodipendenza tra il 2013 e il 2018 sia raddoppiato. Alcune comunità terapeutiche registrano negli ultimi cinque anni un incremento del 70 per cento delle richieste; e l’altro dato preoccupante è che molti dei ragazzi in cura presso comunità hanno spesso (almeno il 15 per cento dei casi, secondo le stime del ministero di giustizia) una doppia diagnosi: tossicodipendenza e disturbo mentale. A cosa è dovuto quest’aumento?

Molti operatori del settore mi dicono che il nodo centrale è uno ed è ignorato da molti anni: i soldi che si spendono per occuparsi di abusi e tossicodipendenze e delle problematiche correlate non sono pochi, ma quasi tutti sono destinati non alla prevenzione, alla cura e al reinserimento, ma alla repressione. Invece di affrontare la questione da un punto di vista sociale, lo si fa da un punto di vista penale.

Questo tipo di approccio repressivo ha una storia lunga. Negli Stati Uniti è stata inaugurata con la presidenza di Richard Nixon all’inizio degli anni settanta, per cui “la droga è il nemico pubblico numero uno” e va combattuto essenzialmente con le armi e la polizia. La cosiddetta war on drugs è stato un approccio la cui efficacia sembrava essere stata smentita in modo definitivo nel 2011 da un report della Commissione globale per le politiche sulle droghe istituita dall’Onu:

La guerra globale alla droga è fallita, con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo. Le immense risorse dirette alla criminalizzazione e alle misure repressive su produttori, trafficanti e consumatori di droghe illegali hanno chiaramente fallito nella riduzione dell’offerta e del consumo. Le apparenti vittorie dell’eliminazione di una fonte o di una organizzazione vengono negate, quasi istantaneamente, con l’emergere di altre fonti e trafficanti. Gli sforzi repressivi diretti sui consumatori impediscono misure di sanità pubblica volte alla riduzione di hiv/aids, overdosi mortali e altre conseguenze dannose dell’uso della droga. Invece di investire in strategie più convenienti e basate sul evidenza per la riduzione della domanda e dei danni le spese pubbliche vanno nelle inutili strategie della riduzione dell’offerta e della incarcerazione.

Ma questa prospettiva, avvalorata da evidenze ormai quarantennali, a quanto pare non è strumentale a una politica che deve sbandierare prassi muscolari. Mentre nel dibattito scientifico si discute di autocura e autoregolazione, il discorso pubblico sulla droga specialmente in Italia è una babele di allarmismo, faciloneria e leggende metropolitane: da blue whale alla “droga degli zombie” al krokodil “la droga che mangia gli organi”.

Questo genere di retorica, che spesso è quella istituzionale ha una storia che parte dagli anni settanta, in concomitanza all’arrivo dell’eroina di massa. Il libro di prossima uscita per Laterza di Vanessa Roghi, Piccola città. Una storia culturale dell’eroina, ricostruisce i passaggi di questa vicenda ma anche i danni sociali che l’approccio emergenziale e repressivo ha portato, nonostante da subito ci fossero studiosi seri come Guido Blumir che indicavano una strada opposta – il suo Eroina. Storia e realtà scientifica. Diffusione in Italia. Manuale di autodifesa del 1983 a rileggerlo oggi sembra un testo d’avanguardia.

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Bisogna invece capire cosa vuol dire reimpostare una politica di riduzione del danno, considerando un contesto in cui il consumo di sostanze è normalizzato. Farsi, farsi di qualunque cosa, ha perso l’elemento di trasgressione; e dall’altra parte l’offerta nel mercato delle sostanze psicotrope è diventata potenzialmente infinita.

Il pezzo solista di Sick Luke della Dark Polo Gang, Medicine, è una specie di manifesto della nuova generazione di ragazzi consumatori di sostanze e tossicodipendenti. Nessuna epica, nessuna street culture, un’esplicita aria ospedaliera. Sick Luke, come molti trapper, nelle interviste parla della sua dipendenza come una specie di effetto collaterale di uno stile di vita che è abituato alla dipendenza.

E le canne? Come spesso succede, chi lavora sul campo ha un metodo più pragmatico. “La canna è la mono risposta”, mi dice Claudio Cippitelli (responsabile politiche giovanili del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza e socio fondatore dell’associazione Parsec di Roma). “Dove non c’è nessun’altra possibilità di accedere al piacere, al benessere, la canna è l’unica cosa che hai”. O anche: “Nessun ragazzo ti fila se gli dici quello che deve o non deve fare. Se invece promuovi la consapevolezza è diverso. Anche sulle canne: perché un conto è se ti fai una canna con gli amici, un conto se te ne devi fare una appena ti svegli, una sull’autobus per scuola, una appena uscito da scuola…”.

Parola agli esperti
È istruttivo ascoltare chi lavora sulle dipendenze, come Federico Tonioni, psichiatra autore di Gli adolescenti, l’alcol, le droghe, che nei suoi interventi ricorda che non si deve operare seguendo l’allarmismo dei genitori e che la narrazione “ho cominciato dalle canne a scuola e poi non riesco a uscirne” è un fuorviante luogo comune.

Chi vuole farsi un’idea dello stato dell’arte del dibattito tra addetti ai lavori può visitare il sito dell’associazione Fuori luogo, dove ogni questione è affrontata secondo una letteratura scientifica aggiornata. La scuola estiva di Fuori luogo quest’estate era dedicata alla rete, che è diventata oggi una piattaforma di acquisto (nel deep web), di confronto, di richiesta di aiuto e di consulenza per le dipendenze. Come è utile leggersi le discussioni del forum Psiconauti dove si parla di consumo di sostanze, senza giudizi e filtri moralistici.

Se è lapalissiano per chi si occupa di adolescenti quanto sia dannosa quella retorica paternalista che li vuole nichilisti o in qualche modo portati alla dipendenza, più in generale l’orizzonte comune degli interventi nel settore è quello di eliminare lo stigma per chi assume sostanze. Il rapporto della commissione globale, The world drug perception problem: countering prejudices about people who use drugs (2017) sposta il dibattito proprio su questo: la responsabilità dei mezzi di informazione nella creazione del “tossico”.

Il contesto repressivo e securitario che trasforma una questione sociale in una questione penale è aiutato dalla creazione di questo tipo di stigma, secondo un dispositivo che Erving Goffman aveva delineato già nel 1963 nel suo testo fondamentale Stigma.

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Aldilà dello stigma, quindi resta da occuparsi semplicemente della salute. Chi opera in questo modo ottiene dei grandi risultati. Una realtà che spesso non emerge nelle inchieste sul tema è come il tasso di mortalità legato alle droghe in Italia rimanga fra i più bassi in Europa e nel mondo, anche grazie ovviamente “alle politiche di riduzione del danno realizzate negli ultimi trent’anni anni, spesso a dispetto della politica nazionale, dai servizi sul territorio” (sempre Cippitelli). Se facciamo l’esempio delle morti per overdose, dal 2007 al 2017, siamo scesi da 606 a 294 grazie all’uso del naloxone (“a chiunque usi eroina, cerchiamo di fornirlo”). Il Forum droghe su questo ha prodotto una ricerca nel 2016 che mostra come il modello italiano abbia avuto, a partire dal 1991, risultati sorprendentemente positivi.

Sul piano medico, psichiatrico, sociale, della ricerca e dell’intervento in Italia ci sono esperienze di avanguardia; su quello culturale c’è un’arretratezza considerevole. Una delle ragioni è che il testo unico della legge sulle droghe del 1990 prevedeva una conferenza nazionale ogni tre anni: ne abbiamo avuta una nel 1993 a Palermo, una a Firenze nel 1997, una a Genova nel 2001, una a Trieste nel 2009, e poi basta.

È una battaglia che attraversa tutte le associazioni impegnate sul tema, ma chiaramente dovrebbe essere al centro di una riflessione seria e approfondita di una comunità politica ampia. Eppure da quasi dieci anni manca un momento di condivisione dei dati e delle riflessioni sugli effetti della legislazione sulle droghe rispetto alla salute e ai diritti dei consumatori di sostanze. E a rimetterci naturalmente sono i soggetti più fragili.

Christian Raimo sarà al festival di Internazionale a Ferrara il 5, 6 e 7 ottobre.

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