Hiran Abeysekara e Omar Silva in The prisoner. (Simon Annand, Romaeuropa festival)

Peter Brook porta sul palcoscenico colpa e redenzione

Hiran Abeysekara e Omar Silva in The prisoner. (Simon Annand, Romaeuropa festival)
18 ottobre 2018 16:34

La dolcezza dell’impensabile è il tono che caratterizza i lavori di Peter Brook. In The prisoner – in scena al teatro Vittoria nell’ambito di Romaeuropa Festival – senza che nemmeno ce ne accorgiamo, appena seduti in platea riusciamo a scivolare nel paesaggio senza tempo che Brook e la sua collaboratrice storica Marie-Hèlène Estienne, ormai assurta al ruolo di coregista, mettono in scena. Ad aiutarci ci sono la scenografia beckettiana (tronchi, rami secchi, rocce) di David Violi e le luci – un’illuminazione che sembra una penombra di candele e piccoli fuochi – di Philippe Vialatte.

In un paese “da qualche parte nel mondo”, una visitatrice (l’androgina, fiabesca Hayley Carmichael che nella rappresentazione italiana sostituisce Donald Sumpter) sembra andare in cerca insieme al pubblico del significato della vita e ascolta la storia di Mavuso, the prisoner, un ragazzo che ha visto suo padre a letto con sua sorella e l’ha ucciso, accecato dalla gelosia. Al nucleo tragico più tremendo – doppio incesto, omicidio, vendetta – si accompagna questo strano mito: Mavuso dopo essere stato chiuso brevemente in una cella, viene condannato a sostare davanti a una grande prigione, e a decidere lui stesso quando sarà giunto il momento in cui avrà scontato la sua pena.

Peter Brook in più di un’intervista racconta come è scaturita questa storia: in un suo viaggio negli anni quaranta in Afghanistan, guidato da un maestro sufi, conobbe personalmente un prigioniero che stava davanti a un grande carcere per un crimine del genere. Quel racconto “ha viaggiato nella memoria, ha preso il suo tempo”. La storia è più articolata nell’autobiografia di Brook, I fili del tempo: lì Brook ricorda che il derviscio Tour Malang gli fece fare una deviazione verso Kandahar per conoscere quello che anni addietro era stato un suo allievo:

Un giorno aveva commesso un crimine tremendo e sconvolto dalla sua azione era corso dal derviscio per dar sfogo alla sua totale incoerenza e alla sua angoscia. Tour Malang sapeva che se quell’uomo fosse finito in prigione il risultato sarebbe stato quello di alimentare la rabbia insita nella sua natura e lui avrebbe perso l’ultima occasione per sfuggire al suo buio interiore.

Il derviscio aveva convinto il giudice ad assegnare a lui la decisione della pena, che tutti reputavano necessaria:

A questo punto il derviscio pronunciò la sua sentenza: il giovane criminale doveva andare in cerca di una prigione, sistemarvicisi davanti e rimanervi volontariamente, per la stessa durata della pena massima che gli sarebbe stata inflitta, rivolto al muro della prigione per sua stessa scelta, senza mai perdere di vista dentro di sé il delitto commesso.

Sul palco vanno in scena tutti questi anni. Il derviscio in The prisoner è una guida spirituale che ha come nome non Tour Malang ma il biblico Ezechiele (interpretato da un possente orsonwellsiano Herve Goffings). È lui a portare Mavuso nei pressi della grande prigione – il suo sguardo da allora sarà diretto a un punto nel vuoto, proprio sopra le nostre teste di spettatori.

Cosa accade a un’anima che sta espiando volontariamente una colpa commessa? Che significato hanno termini come colpa o redenzione?

Brook ed Estienne mettono in scena quello che nel mondo contemporaneo è l’osceno: il tempo della pena. Abituati alla retorica imperante di una giustizia che cerca l’esclusione di qualunque colpevole dalla società e in cui le carceri sono il dispositivo perfetto per eliminarlo anche dallo sguardo, ci troviamo spiazzati a sostenere per il tempo di un’ora e un quarto – che trasfigura in modo mirabile i decenni – la pena di Mavuso. Questo accade anche e molto per il talento fuori scala di Hiran Abeysekera, attore singalese-britannico di 32 anni, capace di dare corpo e soprattutto gli occhi a un personaggio senza età. Quasi in un a parte virtuosistico, Abeysekera riesce a trasformare la sua mano in un topo, che diventa prima un compagno di giochi, poi un nemico da uccidere e infine un pasto – in pochi minuti Mavuso è di nuovo un bambino, un assassino, un uomo fragile e affamato.

The prisoner. A sinistra, Hiran Abeysekara con Hervé Goffings; a destra, Kalieaswari Srinivasan. (Simon Annand, Romaeuropa festival)

Qual è la verità di quest’uomo? Qual è la condizione di chi sta tra la condanna e la salvezza? Questo genere di interrogativi ci poniamo anche quando Mavuso, per tre volte a distanza di anni, viene sollecitato dalla sorella Nadia (Kalieaswari Srinivasan, forse qualcuno la ricorderà nell’interpretazione magistrale di Dhepaan di Jacques Audiard) a mettere un punto al castigo. Mavuso ama Nadia, ha ucciso suo padre a causa dell’amore che prova per Nadia, e ora cosa vuol dire mettere insieme amore e tormento? Cosa vuol dire stare sulla soglia? Mavuso vuol essere epurato o vuole poter di nuovo essere parte della società? Che spazio c’è nel mondo per i criminali? E cosa vuol dire allora giustizia, in una prigione dove non ci sono guardie? Da dove traiamo la forza per la redenzione?

L’enigma di The prisoner è più intricato di quello di Godot; la mise-en-scène beckettiana che Brook ed Estienne apparecchiano non ci toglie il peso di una mancata catarsi con la leva di un’ironia metafisica. L’attesa di Mavuso e di noi con lui è tutta interna – la decisione di mettere fine a questo tempo sterminato sta a noi. E così un dramma filosofico diventa etico e infine politico. Il prigioniero è il rovescio di Antigone, è Polinice vivo, capace in modo ancora più profondo di mettere in conflitto le leggi della città con quelle degli dèi. A noi è data la possibilità di dare senso al delitto e al castigo.

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L’accoglienza che ha avuto questo spettacolo di Brook ed Estienne non è stata esaltante. Al festival di Edimburgo e a Londra, in diverse recensioni, si è parlato di un lavoro formalmente ineccepibile ma drammaticamente immobile. Sarà la scena tragica del contesto politico italiano dove le categorie della colpa irredimibile, dell’esclusione, del confino, sono quelle con cui quotidianamente ci muoviamo, ma l’ultimo quadro di The prisoner ci fa pensare di aver appena assistito a un capolavoro e ci fa sentire immersi nella rappresentazione caricaturale di un dramma con tante analogie.

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