Una manifestazione antigovernativa ad Algeri, il 26 luglio 2019. (Ramzi Boudina, Reuters/Contrasto)

L’ottimismo dell’Algeria

Una manifestazione antigovernativa ad Algeri, il 26 luglio 2019. (Ramzi Boudina, Reuters/Contrasto)
25 settembre 2019 14:49

La rivolta popolare algerina contro il regime dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, cominciata il 22 febbraio 2019, è sostenuta dalla maggioranza dei cittadini, ma anche dai militari. È quello che emerge da un sondaggio realizzato dal centro studi statunitense Brookings institution in Algeria.

Tra i ranghi dell’esercito il 79 per cento dei soldati e degli ufficiali di grado più basso sostiene i manifestanti. La percentuale scende al 62 per cento tra gli ufficiali di grado elevato. La maggioranza degli intervistati, sia civili sia militari, pensa che la democrazia sia la scelta migliore ed è ottimista: la rivolta si chiuderà con una soluzione pacifica e democratica.

Rivolta popolare
Per aggirare possibili censure, il centro studi ha scelto di contattare le persone su Facebook. Alla fine sono stati consultati novemila algerini, tra cui 1.700 militari. Anche se lo studio non rappresenta fedelmente la situazione nel paese – il 50 per cento degli algerini non usa Facebook – è possibile concludere che la rivolta è innegabilmente popolare, mentre il sistema di potere appare delegittimato, e conserva dei sostenitori solo a mano a mano che si sale nella gerarchia militare.

Ma come dovrebbe concretizzarsi il cambiamento generalizzato invocato dai manifestanti? La maggioranza degli intervistati chiede una nuova costituzione, l’arresto degli affaristi vicini al vecchio regime, e che il presidente e il primo ministro ad interim siano sostituiti da candidati sostenuti da un ampio consenso.

Un’altra richiesta è l’esclusione da ogni elezione futura degli alti funzionari dell’epoca Bouteflika. Oggi il potere algerino ha poche possibilità di sottrarsi alle rivendicazioni dei manifestanti, concludono i ricercatori della Brookings institution. Ma allo stesso tempo avvertono che eventuali crisi tra civili e militari potrebbero mettere prematuramente fine a un’esperienza democratica ancora in fasce.

Daikha Dridi è una giornalista e scrittrice algerina. Questo articolo è uscito su Middle East Eye. Sarà al festival di Internazionale a Ferrara per un incontro sulle strategie della non violenza in Algeria, in Sudan e in altri paesi arabi.

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