Kilian Kleinschmidt nel campo profughi di Zaatari, in Giordania, nel 2014.

Dai campi profughi nasceranno le città del futuro

Kilian Kleinschmidt nel campo profughi di Zaatari, in Giordania, nel 2014.
20 giugno 2017 11:29

“A volte si ha l’impressione che a frapporsi tra l’ordine e il caos ci sia solo un robusto tedesco di 51 anni, Kilian Tobias Kleinschmidt. È un tecnico dell’espropriazione, non uno psicologo. Costruisce e amministra città per la gente perduta”. Questa è la descrizione che David Remnick, il direttore del New Yorker, dava di Kilian Kleinschmidt dopo averlo incontrato nel campo profughi di Zaatari, in Giordania (Internazionale 1018), dove all’epoca vivevano 120mila siriani che avevano dovuto abbandonare il loro paese.

Da allora il numero di ospiti di Zaatari è sceso a 80mila, Kleinschmidt di anni ne ha compiuti 53 e non è più il “sindaco” di quel germoglio di città sviluppatosi nel deserto giordano. L’esperto di interventi umanitari ha lasciato le Nazioni Unite per aprire a Vienna la sua agenzia, Switxboard, e dedicarsi a progetti più “dirompenti”, come ha dichiarato in un’intervista al sito d’architettura Dezeen.

Il 29 giugno Kleinschmidt sarà a Venezia per parlare di “Città in esilio-città del futuro” agli studenti dei laboratori Wave 2017, organizzati dalla facoltà d’architettura dell’Università Iuav, il cui tema quest’anno è la Siria, la distruzione delle sue città e le opportunità della ricostruzione.

Andare avanti o restare fermi
Kleinschmidt non è un architetto, ma ha lavorato per 25 anni in varie parti del mondo con l’obiettivo di rendere più sopportabile la vita dei rifugiati. Secondo lui i campi profughi non dovrebbero essere luoghi di passaggio, dove “immagazzinare le persone” in via temporanea, ma dovrebbero essere progettati in modo da garantire agli abitanti le infrastrutture e le condizioni per vivere in maniera dignitosa. E vivere una vita dignitosa significa anche costruirsi una fontana, avere una pianta e una gabbietta con gli uccelli, ha spiegato a Dezeen. Perché i campi di oggi diventeranno le città del futuro.

“Dovremmo cambiare il modo in cui parliamo e guardiamo ai profughi”, dice al telefono da Vienna. Si tratta di 65,6 milioni di persone: “Non vengono da Marte né vanno visti come una specie a parte”. Kleinschmidt conosce bene il presente, ma ha anche lo sguardo rivolto al passato: da secoli gli esseri umani si muovono da una parte all’altra, e il mondo di oggi si è costruito intorno a quegli spostamenti. Le ragioni sono state varie: guerre, persecuzioni, ma anche la ricerca di opportunità economiche. In una recente visita a Berlino, racconta, ha visto lo scavo archeologico di un insediamento di ugonotti scappati dalla Francia: anche loro erano rifugiati, e hanno contribuito a creare la città. Molte grandi città europee di oggi, afferma, sono sorte da campi di coloni, da insediamenti nati in funzione difensiva o altro ancora.

Negli ultimi settant’anni, però, i rifugiati sono stati trattati in modo diverso. Se da una parte gli è stato riconosciuto uno status che li tutela, sono diventati anche “ostaggi” della situazione in cui si sono venuti a trovare: ostaggio degli aiuti umanitari, dei governi che li ospitano – e che non gli riconoscono gli stessi diritti degli altri cittadini – o dei movimenti politici che li rappresentano. Quando ne hanno la possibilità, afferma Kleinschmidt, i rifugiati fanno quello che fanno tutti: vanno avanti. Senza scordare da dove vengono, si confrontano con la nuova realtà dell’esilio e, di conseguenza, cambiano le loro ambizioni e aspirazioni.

Progetti innovativi
Quali sono dunque i progetti che potrebbero fare la differenza? Sul sito della società Switxboard sono elencate idee che vanno dai corridoi umanitari ai laboratori per imparare a usare le stampanti 3D. Ma la prima cosa in assoluto, afferma Kleinschmidt, “è uscire dall’ottica della beneficienza e studiare nuovi sistemi di pianificazione finanziaria che permettano di fare investimenti in imprese socialmente utili”. Cita le possibilità del digital banking o delle app per il cellulare che permettono di ottenere prestiti e ripagarli a poco a poco. Questi nuovi sistemi di finanziamento possono far incontrare chi ha soldi da investire (e lui assicura che nel mondo ce ne sono ancora tanti) e i piccoli imprenditori.

Mi fa l’esempio di esperienze di successo come quella di Mobisol, un’azienda tedesca che offre sistemi per la produzione di energia solare alle famiglie di paesi in via di sviluppo, che restituiscono il prestito man mano che l’investimento si rivela proficuo, o Africa Greentec, che costruisce piccole centrali solari in Africa grazie al crowdfunding. O quello di un’azienda di Nairobi che ha installato delle stazioni di rifornimento di acqua fresca e pulita negli slum, a prezzi più bassi di quelli dei venditori informali. In definitiva queste imprese danno alle persone quello che gli serve a prezzi accessibili. Niente di particolarmente complicato, no?

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