Gli attori, i produttori e il direttore della fotografia di Leto al festival di Cannes, il 9 maggio 2018.

Una straordinaria estate sovietica a Cannes

Gli attori, i produttori e il direttore della fotografia di Leto al festival di Cannes, il 9 maggio 2018.
11 maggio 2018 12:11

Il festival, in particolare il concorso, comincia a scaldarsi e diversi film sorprendono. In particolare opere provenienti dall’est, a cominciare dallo straordinario Leto, poema visivo sulla scena rock nella Russia dei primi anni ottanta di Kirill Serebrennikov, regista sotto indagine in patria con modalità che lasciano non poco perplessi.

L’estate (leto, appunto) filmata da Serebrennikov è un momento felice di stasi e dinamismo mentale, due antipodi che coabitano in una bolla sospesa di (auto)protezione dalla grigia e brutale realtà. Siamo nei primi anni ottanta, cioè sul crinale della fine dell’Urss vecchio stile e l’inizio della perestrojka gorbacioviana che nel giro di sei anni vedrà il collassare del sistema comunista in tutto l’est europeo. L’inverno non si vede mai, siamo in un’estate sospesa a San Pietroburgo filmata dal regista in un bianco e nero che richiama quello di un grande cinema del passato pur rimanendo del tutto autonomo. Rievoca tante cose disparate e opposte, ma delle contraddizioni formali e visive ne fa una qualità in positivo.

Alla fine Leto somiglia soltanto a sé stesso. Oltre due ore di rievocazione della scena rock alternativa nella parte conclusiva del regime sovietico filmate come un poema, con stile aereo, con un senso unico delle atmosfere, in gran parte antinarrativo, ma attento nel connotare storicamente il periodo in maniera molto precisa. Esprime un sentimento interiore di una speranza andata perduta, eppure è pieno di energia, estremamente positivo. Come se fosse stato fatto oggi, come se fosse un film del presente. Sottilmente onirico ma sempre con un piede netto nella realtà, si muove perfettamente anche qui su un esile crinale.


Proviamo a dare qualche esempio, perché il lettore possa cogliere lo stile, il sentimento dell’opera, essendo a modo suo un film che esprime un sentimento oltre a offrire un ritratto di un’epoca. Filmato in un formato panoramico, in pochi secondi il suo stile rapsodico passa da scene di concerto rock a discussioni credibili e insieme surreali tra i rocker, gli amici e le ragazze. Poi segue una sequenza flash musicata a colori slavati (anni settanta) in split-screen.

Improvvisamente si torna al formato panoramico, al bianco e nero, alla stasi, alla sospensione poetica e l’apparizione di un bosco maestoso lascia a bocca aperta. Poco dopo c’è la spiaggia, il mare, si suona, canta, beve e fuma. Spensieratamente, esprimendo una sensazione unica di leggerezza e libertà. Sia le musiche del rock russo, prevalenti, sia quelle del pop rock anglofono, qui reinterpretate in inglese (David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop), sono straordinarie.

Fuori dalla bolla
Ragazzi e ragazze sono spesso molto belli, comunque sempre carismatici. Certo, appena escono dalla loro bolla, il contatto con la realtà, così greve, può essere duro. Infatti, qua e là, oggetti della quotidianità come le automobili sono ridisegnati nei contorni in bianco con la computer graphic come se fosse il gessetto della lavagna.

Epifanie che fanno capolino all’improvviso, indicando un desiderio di mutare sempre la realtà, di creare piccole utopie. Non casualmente i ragazzi escono per un momento dalla bolla per ripetere a più riprese allo spettatore che la realtà non è così, ma sarebbe stato bello se così fosse stato. Trovando omogeneità e coerenza nella sua struttura composita, Leto è una sorta di universo parallelo che rivela un sogno universale. Quello dell’utopia della rivoluzione della giovinezza, il tempo di un’estate.


Ostico a tratti ma che trova pian piano la sua forza, anche se imperfetto per l’eccesso di grevità, è Donbass dell’ucraino Sergei Loznitsa, con il quale è stata aperta la sezione Un certain regard. Soprattutto documentarista, tra cui il recente Austerlitz presentato al festival di Venezia nel 2016, Loznitsa ha comunque ormai diversi film di fiction all’attivo dopo quello d’esordio, My Joy, in concorso proprio a Cannes nel 2010, rispetto al quale preferiamo il poetico quanto terribile In the fog, presentato di nuovo a Cannes nel 2012.

Come nel precedente A gentle creature, in concorso a Cannes lo scorso anno, che avevamo apprezzato e recensito positivamente, anche qui il grottesco è preponderante. Ma lì una minor frenesia e soprattutto uno stile surreale ai limiti del fantastico permetteva alla grevità, alla ridondanza, di trovare un suo equilibrio. Alternando scenette nei bus, per strada, nei rifugi dove tante persone sono ammassate, il cineasta come è sua abitudine permette di comprendere in maniera tangibile, precisa l’orrore e l’assurdità, spesso ai limiti del grottesco se non dell’assurdo, di tante situazioni nel quotidiano di quella parte e delinea un ritratto preciso e assolutamente implacabile della situazione tra Russia a Ucraina.

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Il regista, che vive in Germania, non pare prendere posizione tra i due, non entra nel merito politico, ma illustrando con metodo che c’è qualcosa di profondamente marcio, criminale e folle da entrambe le parti offre comunque la sua lettura politica. Potrà piacere o meno, ma le opere d’arte di ogni genere scelgono spesso una posizione che può sembrare ambigua per suscitare dibattito e una riflessione non banale. Sul piano stilistico c’è molta prosaicità, molta concretezza, ma anche molta astrazione, paradosso e grottesco mischiati insieme.

Il talento di Loznitsa nell’organizzare e dirigere in modo sempre credibile complicate e continue recitazioni corali in autobus, caserme, posti di blocco, non possono che suscitare grande rispetto. Tuttavia sono talmente particolareggiate da far affiorare alla lunga una certa noia nelle oltre due ore di durata. Una violenza continua, sia letterale sia sotterranea, verbale, nei modi, lascia lo spettatore senza scampo. Complesso nella ricostruzione di una terra di nessuno posseduta dalla follia, l’assenza di una qualche finezza che venga a compensare il tutto si fa sentire non poco. Il finale con massacro insensato e divise interscambiabili tra le due parti, spingendo lo spettatore quasi a confondere chi massacra di nascosto e chi viene a rilevare il massacro a trenta secondi di distanza, conferma il talento del regista nel grottesco insito nella prosaicità di una quotidianità folle, ma anche un eccessivo compiacimento nella grevità.

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