Gustavo Santaolalla, a sinistra, e Mateo Kingman. (Alejandra Palacios)

Il rap ancestrale di Mateo Kingman 

Gustavo Santaolalla, a sinistra, e Mateo Kingman. (Alejandra Palacios)
27 luglio 2019 14:02

Mateo Kingman feat. Gustavo Santaolalla, Último aliento
È difficile ascoltare il nuovo singolo del cantante ecuadoriano Mateo Kingman e non commuoversi almeno un po’. Último aliento, come il dice il titolo (Ultimo respiro), parla della morte, quella cosa che, citando Vinicio Capossela, “Vien da fuori eppure sta nella vita”. Come ha raccontato Kingman, Último aliento è stato composto un giorno in cui l’artista si trovava lungo il fiume San Pedro, mentre suo nonno stava vivendo i suoi ultimi giorni.

Musicalmente, il pezzo si distacca dalle sonorità elettroniche alle quali ci ha abituato Kingman (già collaboratore dell’argentino Chancha Via Circuito nello splendido brano Ilaló). Questa classicità forse è merito anche del compositore argentino Gustavo Santaolalla, due volte premio Oscar per le colonne sonore di Babel e I segreti di Brokeback Mountain, che canta il brano insieme a lui. Último aliento è un episodio isolato all’interno del nuovo disco del cantante ecuadoriano, intitolato Astro e pubblicato il 26 luglio.

Astro è una specie di concept album sulla separazione “tra la mente umana e l’universo che la circonda”, come dice Kingman. È un disco vario, intrigante e originale. La musica di Kingman è rap, ma non nel modo in cui siamo abituati a immaginarcelo noi. Non c’è niente di urbano né di gangsta nel suo stile. Kingman ha vissuto per tanto tempo nella città di Macas, che si trova vicino alle Ande e ospita la comunità indigena shuar e sembra averne assorbito l’essenza.

La sua musica, un po’ come quella di Chancha Via Circuito, è sempre in bilico tra modernità e antichità. Lo si capisce da brani come Lúmina, un episodio di elettronica quasi da club intriso di suggestioni preispaniche, o dal singolo Tejidos, dove sembra di ascoltare dei Major Lazer in salsa andina.


Rick Ross e Drake, Gold roses
Dopo aver collaborato ancora una volta nel brano Money in the grave, Rick Ross e Drake sono tornati insieme per questo brano lento e oscuro, intitolato Gold roses. È il primo singolo del nuovo disco di Ross, Port of Miami 2, che uscirà il 9 agosto.

Tra una spacconata e l’altra, i due rapper stavolta mostrano il loro lato più malinconico. Nel ritornello Drake chiede alle persone di omaggiarlo da vivo, e non da morto, al contrario di quello che succede spesso nel mondo della musica (“Before I’m gone outta this place put some flowers in my face, won’t you?”).


Jefre Cantu-Ledesma, Palace of time
Per il suo nuovo album il compositore statunitense Jefre Cantu-Ledesma è partito da parti di pianoforte, arpa e batteria, che in seguito ha manipolato con i software aggiungendo parti di elettronica. Non è certo il primo a farlo (Tim Hecker, Fennesz o un certo Brian Eno avrebbero qualcosa di ridire se lo sostenessi) ma non importa. Perché quello che ha creato è un ibrido affascinante tra ambient e jazz.

Il disco, che s’intitola Tracing back the radiance (qualcosa come rintracciare lo splendore), è fatto di soli tre brani e dura poco più di quaranta minuti, ma è ammaliante. Palace of time, il pezzo d’apertura, si dischiude lentamente come un fiore, mentre Cantu-Ledesma aggiunge gradualmente uno strumento alla volta.


The Flaming Lips, The sparrow
Parte di un progetto più ampio che include un libro e un’installazione artistica, King’s mouth, il nuovo album dei Flaming Lips, a tratti ricorda un grande disco della band: Yoshimi battles the pink robots. Il che, da un lato, è un bene, ma dall’altro è un male. È forse il disco che i fan più nostalgici della band si aspettavano, ma al tempo stesso è lontano da quei livelli di eccellenza.

La storia di King’s mouth è commovente: un re gigante che si sacrifica per salvare la sua città da una valanga. Per mostrargli gratitudine, la gente della città gli taglia la testa e la riveste di acciaio per conservarla come un monumento all’altruismo. Ma le canzoni non riescono sempre a stare al passo dell’ambiziosa storia, e resta un po’ di amaro in bocca.The sparrow è una di quelle più riuscite.


Lil Durk, Bougie
Lil Durk è uno dei nomi più importanti della drill di Chicago, uno dei sottogeneri del rap più violenti ed espliciti in circolazione, che si nutre della strada come fonte d’ispirazione. In The story 2.5, un pezzo del 2017, Lil Durk cantava: “Now I’ma talk to the streets as I always talked to the dead” (Ora parlo alla strada come ho sempre parlato con i morti).

Il ragazzo non è certo un santo e deve rispondere anche a un’accusa di omicidio. La sua musica però è interessante. Il nuovo disco appena uscito s’intitola Love songs 4 the streets 2 e questo è uno dei singoli estratti, nel quale Lil Durk sfoggia un flow veloce sopra una base sincopata.


P.S. Playlist aggiornata. Le canzoni del weekend vanno in ferie, ci rivediamo da queste parti il 24 agosto. Buona estate!

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