Kendrick Lamar in concerto al Festival d’été de Québec a Quebec City, Canada, il 7 luglio 2017. (Ollie Millington, Redferns/Getty Images)

Il concerto di Kendrick Lamar a Roma non sarà una data come le altre

Kendrick Lamar in concerto al Festival d’été de Québec a Quebec City, Canada, il 7 luglio 2017. (Ollie Millington, Redferns/Getty Images)
29 novembre 2019 14:44

Chi fa il mio lavoro forse non dovrebbe dirlo, ma l’annuncio del concerto di Kendrick Lamar il 7 luglio 2020 al Rock in Roma mi ha colto di sorpresa. Pensavo quasi che fosse uno scherzo. Quando il rapper di Compton ha fatto il suo tour europeo nel 2018 per l’album Damn l’Italia è stata esclusa. E il fatto che si esibisca nella capitale, di solito scavalcata da Milano quando si tratta di una data unica di un artista internazionale nel nostro paese, è ancora più sorprendente. Kendrick Lamar tornerà a sei anni di distanza dalla sua esibizione ai Magazzini Generali di Milano (che non fece neanche il tutto esaurito, in un locale con una capienza di circa mille posti). E, chi lo sa, forse il fatto che torni sul palco significa anche che ha pronto un nuovo album.

Questo concerto, in un certo senso, sarà storico. E ci dirà molto su come è cambiato negli ultimi anni il rapporto tra l’Italia e il rap straniero, un genere che sembra aver conquistato quasi tutto il mondo (non solo quello occidentale), ma che da noi fatica ancora a sfondare (Eminem è un caso a parte, il rap old school è passato più volte dalle nostre parti, ma non ha mai fatto grandi numeri). Quando c’è stato il tour italiano di Beyoncé e Jay-Z nel 2018, che per la cronaca non ha fatto registrare il tutto esaurito né a San Siro né all’Olimpico, molta dell’attenzione di pubblico e mezzi d’informazione si è concentrata su Beyoncé, più che sul marito, come se lui non avesse firmato alcuni dei dischi più importanti della storia del rap.

Sarà interessante capire anche come verrà promossa la data del Rock in Roma e soprattutto come verrà raccontata dai mezzi d’informazione. Kendrick Lamar non è proprio un artista di nicchia: ha venduto milioni di dischi e ha battuto svariati record su Spotify. Rolling Stone America l’ha definito “il rapper più talentuoso della sua generazione”. Nel 2018 ha vinto il Pulitzer prize for Music, diventando il primo musicista non jazz e non di musica classica a conquistarlo nella storia. Negli Stati Uniti il suo brano Alright, contenuto nel disco del 2015 To pimp a butterfly, ha ispirato un coro del Black lives matters, il più grande movimento di protesta contro la violenza della polizia nei confronti dei neri.

Insomma, di spunti giornalistici il rapper ne offre parecchi. Eppure stamattina, pochi minuti dopo aver letto la notizia sui social network, la mia attenzione è stata attirata dal Gr1 della Rai: “Una notizia importante di musica: è in arrivo il nuovo album di Biagio Antonacci, Chiaramente visibili dallo spazio”. Ne ha però parlato in seguito il Tg1 delle 13.

Sui siti di Repubblica e del Corriere della Sera, i più grandi quotidiani nazionali, alle undici del mattino ancora non c’era alcuna traccia della notizia. La notizia è assente perfino dalla pagina locale di Roma di entrambi i quotidiani.


Alla base della scarsa attenzione al rap straniero forse c’è anche una questione linguistica: gli italiani non sanno bene l’inglese. Non è un luogo comune, ma il risultato di uno studio pubblicato a ottobre, il report annuale dell’Ef Epi (English proficiency index), un’associazione che certifica il livello di conoscenza dell’inglese: l’Italia è 36esima nel mondo e 26esima in Europa, in fondo alla classifica. E capire certi pezzi rap, un genere che di per sé usa un lessico molto specifico e infarcito di slang, diventa ancora più difficile per chi non ha strumenti sufficienti, anche con il testo a fronte. Inoltre il fatto che sulla pagina Facebook del Rock in Roma diversi utenti si siano lamentati perché Lamar non è un artista “rock” fa pensare. C’è un problema di alfabetizzazione musicale e linguistico.

Come andrà quindi il concerto di Lamar? Farà sold out oppure sarà un disastro? L’augurio è ovviamente che vada benissimo. Il disastro si può escludere, altrimenti la data non sarebbe stata organizzata. Appena due anni fa, i promoter italiani non se l’erano sentita di portarlo in Italia e hanno spiegato bene perché: non era economicamente sostenibile. Nel giro di ventiquattro mesi le cose sono cambiate così tanto? Evidentemente sì. Il successo della trap e del rap italiano, spinto da artisti come Sfera Ebbasta e Salmo, potrebbe aver spianato la strada anche all’arrivo dei loro colleghi stranieri? Chi sarà il prossimo a suonare in Italia, Drake? Travis Scott? Cardi B?

Sono tutte domande al momento irrisolte. Ma le risposte che arriveranno a partire dal 2 dicembre, quando saranno messi in vendita i biglietti, saranno interessanti per chi segue l’industria della musica dal vivo, ma anche per il pubblico. Per il momento l’unica cosa da fare è complimentarsi con gli organizzatori, Rock in Roma e Humble Agency, per aver portato finalmente Kendrick Lamar in Italia e fargli un grande in bocca al lupo. Il 7 luglio 2020 potrebbe diventare una data da ricordare per la musica dal vivo in Italia.

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