Gentile bibliopatologo,
ho un problema: non sono capace di mettere da parte un libro anche quando lo trovo noioso, banale, autoreferenziale. Ogni volta cado nello stesso tranello, quello di dirmi che ogni libro ha qualcosa da dire e perciò vale la pena finirlo. Penso che l’atteggiamento rispetto a questo problema sia legato, più che altro, alla maturità del lettore. Noto infatti che le persone di una certa età (mature, appunto) riescono meglio nella nobile arte di riporre ciò che di inutile si presenta alla loro attenzione.
– Paolo C.

Caro Paolo,
ti chiamo Paolo perché ti chiami Paolo, e io, per carità, non ho niente contro il nome Paolo; ma fosse per me, preferirei ribattezzarti Bebio Macro. Non prendermi per pazzo, o almeno non per questa stravaganza: è solo il nome del primo destinatario della polpetta avvelenata che turba la tua vita di lettore.

Un giorno di duemila anni fa Bebio Macro ricevette da un amico una lettera che conteneva, tra le altre notizie e considerazioni, questo ferale consiglio: “Nullus est liber tam malus, ut non aliqua parte prosit”, nessun libro è così cattivo che in qualche sua parte non possa giovare. Il mittente si chiamava Plinio. Ma come sappiamo dagli anni di scuola i Plinii erano due, il Vecchio e il Giovane – e questo ci riporta indirettamente alla tua ipotesi che la facilità ad abbandonare i libri si conquisti con l’età e la maturità.

Ebbene, quale dei due Plinii impartì a Bebio Macro lo sciagurato consiglio, a cui gli illustri banditori del rinascimento avrebbero dato la forza di un comandamento per l’intera comunità dei lettori? La frase è di solito attribuita a Plinio il Vecchio, ma a rigore la scrisse Plinio il Giovane, riportando il pensiero dello zio. Ora, non ne farei una questione di anagrafe, anche perché quando Plinio il Giovane riferì la frase del Vecchio non era poi tanto più giovane di quanto fosse il Vecchio al momento della morte; azzardo però la congettura che il venerando zio, mentre la lava del Vesuvio stava per sommergerlo, avrebbe dubitato di quel precetto; e che ai nostri giorni, sotto l’eruzione editoriale permanente, vedendosi travolto da fiumi di carta e di inchiostro, si sarebbe affrettato a ripudiarlo, a capovolgerlo, perfino a maledirlo.

C’è solo un luogo dove può regnare l’idea che nessun libro sia così cattivo da meritare l’abbandono, e non è la Repubblica delle Lettere vagheggiata dai dotti rinascimentali, ma la Città degli Immortali sognata in un racconto di Borges, dove “dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, è impossibile non comporre, almeno una volta, l’Odissea”. E se è impossibile, pur non essendo Omero, non comporre almeno una volta l’Odissea, ne deriva che la si può leggere anche mille volte, e insieme all’Odissea l’intero catalogo di tutti gli editori presenti, passati e futuri – nozioni che del resto, in una città di immortali, perdono qualunque significato.

Fantasie letterarie? Non solo. Quasi tutti i grandi lettori sono diventati tali nella Città degli Immortali, ossia nei lunghi pomeriggi d’estate dell’infanzia o della prima giovinezza. Che ne sapevamo, allora, del tempo? Ma quaggiù tra i mortali, abbandonare i libri è più che un diritto: è una necessità, un criterio elementare di saggezza. Sono certo, caro Bebio Macro, che Plinio il Vecchio ti direbbe lo stesso. E anche il Giovane, a ben vedere, in un’altra delle sue lettere aveva aggiustato il tiro: multum legendum esse, non multa. Non bisogna leggere molti libri, bisogna leggere molto. Al limite, mille volte l’Odissea.

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