L’immagine, tratta da un video, mostra la Pyongyang university of science and technology, maggio 2014. (Ap/Ansa)

L’arma non convenzionale di Pyongyang

L’immagine, tratta da un video, mostra la Pyongyang university of science and technology, maggio 2014. (Ap/Ansa)
14 maggio 2017 10:38

Il 22 aprile Tony Kim, cittadino statunitense di origini coreane (il cui vero nome è Kim Sang-duk), era all’aeroporto di Pyongyang con la moglie in attesa dell’imbarco. Dopo tre settimane d’insegnamento alla Pyongyang university of science and technology (Pust), l’unica università privata in Corea del Nord e l’unica con docenti stranieri, i due stavano tornando a Yanbian, in Cina, dove Kim insegna management in un ateneo locale legato alla Pust.

Non era la prima esperienza alla Pust per Kim, che in Corea del Nord pare fosse impegnato anche in progetti umanitari slegati dall’università. Stavolta, però, qualcosa è andato storto e prima che Kim salisse sull’aereo la polizia nordcoreana l’ha arrestato.

Il 6 maggio la stessa sorte è toccata a un altro coreano con passaporto statunitense, Kim Hak-song, anche lui in partenza per la Cina dopo alcune settimane di lavoro a un progetto di sviluppo agricolo della Pust. “Atti ostili” è l’accusa generica mossa a entrambi nel dispaccio dell’agenzia di stampa nordcoreana Kcna che ha confermato gli arresti e l’avvio di “indagini dettagliate sui crimini commessi”.

Senza fuochi d’artificio
Che tutto questo sia accaduto nei giorni in cui la guerra di parole tra Washington e Pyongyang era al culmine rende la vicenda particolarmente inquietante. Dopo le settimane di tensioni, vere o simulate, che hanno accompagnato l’attesa di nuove “provocazioni” nordcoreane (due test missilistici falliti), all’improvviso tutto tace. Oggi Pyongyang ha rialzato i toni lanciando un missile, che secondo alcuni potrebbe essere un nuovo tipo di missile balistico, caduto nel mar del Giappone. Ma la vera arma non convenzionale Pyongyang l’ha usata in sordina, senza fuochi d’artificio, aggiungendo altri “ostaggi” ai due cittadini statunitensi già detenuti nelle sue carceri.

Kim Dong-chul, presidente di un’azienda commerciale, è in carcere dal 2015 e sta scontando una pena di dieci anni per spionaggio. Otto Warmbier, studente universitario, sta pagando molto cara una bravata fatta nel 2016 durante un viaggio organizzato per festeggiare il capodanno: una videocamera all’interno dell’hotel dove alloggiava a Pyongyang l’avrebbe ripreso mentre staccava una targa della propaganda dalla parete di un’area riservata allo staff. “Atto ostile”, 15 anni ai lavori forzati.

A fine aprile Time magazine ha rotto il silenzio su Warmbier ricostruendo in un lungo articolo la sua vicenda. Finora la famiglia e le autorità di Washington hanno mantenuto il riserbo per non intralciare le trattative, in corso con l’aiuto dell’ambasciata svedese a Pyongyang (il referente per i cittadini statunitensi e quelli dei paesi dell’Unione europea che non hanno una sede diplomatica in Corea del Nord, compresa l’Italia). Quanto a Kim Hak-song e a Tony Kim, Washington finora si è limitata a confermarne gli arresti. La Pust ha precisato che i motivi per cui i due uomini sono stati fermati sono ignoti ma che esclude si tratti di attività legate all’ateneo.

Rinchiusi nel campus
Il campus della Pust è un grande compound con vari edifici circondato dai campi appena fuori da Pyongyang. Ci si arriva per forza in auto, perché la zona non è servita dai mezzi pubblici, e l’accesso agli esterni in genere è vietato.

L’università è stata aperta nel 2010 da Kim Chin-kyung, un cristiano evangelico statunitense di origini coreane che aveva già costruito un’università simile in Cina, e la frequentano circa 500 ragazzi scelti dal governo. L’idea di formare una classe dirigente in grado di muoversi in ambito internazionale – con nozioni di management, finanza, informatica, ingegneria e scienze agricole – ha convinto le autorità nordcoreane, anche se le restrizioni per chi vive nel campus sono molte.

Le lezioni si tengono in inglese e i docenti sono per metà stranieri: cinesi, inglesi, canadesi e statunitensi, quasi tutti cristiani evangelici, che trascorrono lì un semestre, i mesi estivi o l’intero anno accademico come volontari. Gli studenti non possono uscire dal campus se non una volta all’anno per tornare a casa e il personale straniero, qualcuno con la famiglia al seguito, per farlo deve chiedere un permesso con almeno un giorno d’anticipo.

Il campus è uno dei pochissimi posti della capitale dove c’è internet, di certo l’unica università dove gli studenti hanno accesso al web, ma sempre sotto la stretta sorveglianza dei docenti coreani, che permettono di navigare solo tra i siti utili per lo studio. “Dei 120 insegnanti della sessione primaverile, che termina a fine maggio, metà sono statunitensi, molti dei quali di origine coreana”, ci dice un portavoce dell’università via email. “Una parte era già partita prima che la tensione crescesse. Adesso, tra insegnanti e loro familiari, ci sono circa quaranta cittadini americani”.

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