Blood and rose, Tokyo, 1969. (Shōmei Tōmatsu, Shōmei Tōmatsu estate/Priska Pasquer)

Il Giappone nelle pagine della rivista fotografica Provoke

26 febbraio 2016 18:11

La rivista Provoke, uscita per soli tre numeri tra il 1968 e il 1969, è stata un punto di riferimento essenziale per conoscere le tendenze fotografiche nel Giappone del dopoguerra.

La galleria Albertina di Vienna esamina da vicino con una mostra (fino all’8 maggio), la prima al mondo, le pubblicazioni di Provoke, a cui hanno collaborato fotografi come Nobuyoshi Araki, Shōmei Tōmatsu e Daidō Moriyama, autori che allora rappresentavano la nuova generazione e ora sono tra i nomi più conosciuti della fotografia giapponese.

Questi autori vivevano in un momento di svolta per la storia del paese, teso tra il collasso sociale e la ricerca di una nuova identità nazionale, e hanno creato delle immagini che esprimevano sia le trasformazioni politiche sia il rinnovamento nella ricerca artistica.

La mostra inserisce Provoke nel suo contesto storico: gli anni sessanta, un periodo in cui i giapponesi protestavano contro gli Stati Uniti, le multinazionali e il neoliberismo. Le proteste erano costruite con grande creatività, erano atti di resistenza contro il potere.

La stessa rivista fu pensata dai suoi fondatori come una protesta, una risposta all’uso obsoleto della fotografia nei giornali. I testi e le foto di Provoke erano pensate ricercando un uso innovativo della grafica: sequenze fotografiche, combinazioni stringate di immagini e parole, inserimento di materiali volutamente scadenti (come stampe in bassa risoluzione), e formati inusuali.

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