04 ottobre 2016 18:03

A 92 anni, Sabine Weiss può essere considerata l’ultima rappresentante della scuola umanista ed è stata l’unica fotografa nel secondo dopoguerra ad avere esercitato il suo mestiere così a lungo, misurandosi con qualsiasi genere. La galleria Jeu de Paume le dedica una retrospettiva a Tours, in Francia, fino al 30 ottobre.

La fotografia umanista nasce alla fine di una guerra che ha ridotto l’Europa in macerie. Autori come Robert Doisneau, Willy Ronis, Édouard Boubat, Brassaï, Izis e Sabine Weiss decidono di concentrare il loro sguardo sugli esseri umani, celebrando la vita di tutti i giorni, seguendo la scia un sentimento collettivo di rinascita.

Sabine Weiss nasce a Weber, in Svizzera, nel 1924 e si avvicina alla fotografia quando è ancora molto giovane. La sua formazione è affidata ai Boissonnas, una storica famiglia di fotografi che lavorano a Ginevra dal diciannovesimo secolo. Nel 1946 si trasferisce a Parigi dove si specializza nella moda e nel ritratto. Sposa il pittore statunitense Hugh Weiss e frequenta il giro di artisti che nel dopoguerra animano la capitale francese. L’amico Robert Doisneau raccomanda il suo lavoro all’agenzia fotografica Rapho, di cui entra a far parte nel 1952.

Anche negli Stati Uniti si accorgono del talento di Sabine Weiss. Espone in luoghi come il Moma (tre delle sue foto fanno parte di The family of man), l’Art institute di Chicago, il Walker art institute di Minneapolis ed è pubblicata sulle riviste più importanti e popolari dell’epoca: The New York Times Magazine, Life, Newsweek, Vogue, Paris Match, Esquire. I giornalisti amano la sua energia e la capacità tecnica, che le consentono di passare senza problemi da una sessione di ritratti con bambini alla moda fino al cibo.

Le foto che scatta al di fuori del lavoro pubblicitario le considera a lungo come il suo “giardino privato”, ma in realtà sono queste immagini più personali a esprimere completamente il suo stile. Come scrive Time, Weiss non è mai aneddotica; preferisce i piccoli gesti e gli sguardi che creano una complicità tra il soggetto e lo spettatore. “Non mi piacciono le cose sensazionali”, afferma la fotografa, “vorrei incorporare tutto in un istante, in modo che la condizione umana sia espressa nella sua sostanza minimale”.