Self-portrait, 1959. (Fred Herzog, Equinox gallery)

I colori di Vancouver

30 maggio 2017 18:50

Fino agli anni sessanta la pellicola a colori come la Kodachrome è considerata un prodotto di uso comune, non certo per fotografi professionisti. Prima che il colore sia riscattato da William Eggleston e Stephen Shore, già negli anni cinquanta un tedesco immigrato a Vancouver ne esplora le potenzialità.

Nato nel 1930 a Stoccarda, a vent’anni Fred Herzog compra la sua prima macchina fotografica usando rullini in bianco e nero. Nel 1952 parte per il Canada in cerca di lavoro. Si stabilisce a Vancouver e trova impiego in un cantiere navale, e nel tempo libero esplora e fotografa le strade della città. Solo nel 1953 scatta circa 120mila foto, usando una pellicola che non offre molte possibilità perché è poco sensibile alla luce, la Kodachrome 10 Iso.

Herzog si aggira per la città come un flâneur attratto da elementi in apparenza trascurabili. Per lui è fondamentale passare inosservato, a partire dal corredo fotografico: usa solo piccole macchine che gli consentono di cogliere la vita nella maniera più reale possibile, senza che sia condizionata dalla sua presenza. Per molti anni Herzog va avanti così, non pensa di essere un artista e non ricerca il successo. La sua prima grande mostra arriva tardi, organizzata dalla Vancouver art gallery nel 2007.

La monografia Modern color, pubblicata da Hatje Cantz, rende finalmente giustizia al lavoro di Herzog che, come racconta a Time, non si è mai considerato un pioniere del colore: all’epoca c’era anche Saul Leiter, ma Herzog si è distinto per la quantità di materiale prodotto e con cui ha raccontato una nuova cultura, lontana dalla sua Germania devastata dalla guerra, mostrandone le vetrine dei negozi, le automobili, i manifesti pubblicitari, elementi fondanti del sogno americano che il fotografo non vuole criticare ma osservare come fenomeno sociale.

Nel libro sono raccolte circa 230 foto, corredate da saggi di David Campany, Hans-Michael Koetzle e Jeff Wall.

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