Nel video con cui il 30 novembre il giornalista Éric Zemmour ha lanciato la sua candidatura alle presidenziali francesi tutto è grottesco. Si crede il generale de Gaulle o scimmiotta il re d’Inghilterra Giorgio VI che annuncia l’entrata in guerra. La Francia che vuole conquistare non è quella di oggi. È quella dei campanili, dei cavalieri e di Luigi XIV. E dispiace per i grandi cantanti del passato, Georges Brassens e Barbara, chiamati in causa in questo guazzabuglio reazionario. La Francia in bianco e nero che trasuda odio verso l’altro non è e non sarà mai la nostra. Che tristezza vedere che nei sondaggi un candidato ossessionato dal razzismo potrebbe anche arrivare al secondo turno.

La storia dirà se una candidatura così caricaturale arriverà fino in fondo. Vogliamo sperare di no, e che il tempo degli eccessi e della trasgressione passerà come un attacco di orticaria. Purtroppo, però, il danno ormai è fatto. È stato sollevato il coperchio su una pentola di brodo rancido. La destra tradizionale francese, che lotta per la sopravvivenza e deciderà in questi giorni chi candidare alle elezioni presidenziali dell’aprile 2022, si è fatta coinvolgere in una corsa al radicalismo che non le fa onore. Marine Le Pen, in confronto al nuovo arrivato, sembra quasi rispettabile. Ma il Rassemblement national, che lei ha cercato di rendere presentabile, anche nella versione edulcorata resta pur sempre l’erede della stessa tradizione di estrema destra da cui viene Éric Zemmour.

Nella campagna presidenziale la sinistra è diventata invisibile. Come far sentire le proposte sulla sanità, i servizi pubblici o il potere d’acquisto quando ogni giorno salta fuori una nuova battuta sull’identità, l’immigrazione o la sicurezza, che va a nutrire la bestia dei social network?

Non è un caso che Zemmour abbia scelto per il suo annuncio il giorno in cui la salma di Joséphine Baker è stata trasferita al Panthéon. Di quel giorno preferiamo ricordare quest’artista progressista della resistenza antinazista, la prima donna nera ammessa nel “cimitero dei grandi uomini”, piuttosto che un lugubre video che non onorerà la storia francese, in cui ha la pretesa di iscriversi. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1438 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati