Natalia García Freire (María García Freire)

L’approccio di Natalia García Freire alla scrittura è segnato dal silenzio, dalla pazienza, dalla contemplazione e da qualcosa che oggi scarseggia, quel tipo di intelligenza che si conserva al freddo. Questo mondo non ci appartiene è il prodotto di una cucina lenta e intensa, come quella che si fa in alta montagna. Natalia scrive a fuoco lento perché sa che la nebbia nelle Ande o nella foresta di Polylepis è gelida. E non ha paura del freddo, lo cerca nei giardini del passato, nei volti lontani dei genitori. Il freddo è un clima adatto per pensare, meditare, contemplare. Il carattere è in qualche modo temperato. La visione è più sobria. E il calore rimane all’interno del corpo, del cervello, delle corde vocali. Natalia García Freire ha scritto dal buio, il buio delle famiglie, dei ricordi crudeli, dolorosi o tragici, e nonostante il freddo nelle ossa ha scolpito un romanzo nella pietra: duro, solido, costante nel tempo. Piena di coraggio e lucidità, Natalia scrive controcorrente, non si preoccupa dei dogmi, non c’è spazio per le mode ridicole e demagogiche che oggi, con tono sacerdotale, prescrivono uno sguardo unico su genere, etnia e classe sociale. Nella sua scrittura vivono le voci dei maestri: Poe, Nabokov, Ursula K. Le Guin, William Gass o Colette. Non pretende d’inventare nulla. Eppure questo romanzo è molto contemporaneo: allude, per esempio, al corpo, concepito come territorio o documento che registra la recrudescenza del tempo e della violenza. La mascolinità è al cuore del romanzo: il rapporto, distante e segnato dalla paura e dal risentimento, che si può avere con il proprio padre. Questa relazione non è solo uno dei pilastri del sistema patriarcale, con tutta la sua violenza dispotica e strutturale, ma racchiude il problema costitutivo dell’esistenza. La questione del parricidio che, nella mitologia greca, è un modo di affermare la propria esistenza o almeno metafora dell’autonomia. Ma nel romanzo di Natalia la morte è andina, è liberatoria, una forza della natura. La morte del padre è la riaffermazione della vita, del sangue che scorre, della coscienza umana. Che romanzo maturo ha scritto questa ventinovenne di Cuenca, che sa tanto della vita, del tempo, della vecchiaia, dell’assenza di dio e della morte.
Miguel Molina Díaz,
El Universo

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Questo articolo è uscito sul numero 1447 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati