Quelle cifre tatuate sul braccio del nonno polacco che, da bambino, il guatemalteco Eduardo Halfon pensava fossero un numero di telefono (69752), come gli aveva detto il nonno ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio, e che appaiono spesso, in una forma o nell’altra, nei testi dello scrittore, sono il codice a barre della sua letteratura, di quella delicata e straordinaria narrativa, opportunamente ripetitiva – è un segno d’identità, non un difetto – che ruota intorno alla propria famiglia, ebreo-araba da parte libanese ed ebrea da parte polacca, un puzzle in cui si combinano lingue come l’arabo, l’ebraico, lo yiddish, il francese, l’inglese e lo spagnolo. In Lutto, il suo libro più recente, ricompaiono personaggi abituali degli scritti precedenti e altri si aggiungono al fecondo e prezioso cast familiare. Verità, bugie e segreti riempiono i cassetti delle famiglie, e uno di essi, la morte del piccolo Solomon, permette a Halfon di scavare in questa memoria trasformata in finzione. Una morte, reale o meno, che gli dà l’opportunità di trovare qualcosa di saldo nel contesto guatemalteco, e di cercare in una geografia reale ciò che la memoria può finire per confondere. Quella dura, e molto bella, terra di origine, quel lago in cui forse il piccolo Solomon non è mai annegato, ma in cui sono annegati altri bambini, altre voci, altre vite, altri sguardi. Con questi racconti Eduardo Halfon compone una bella ballata, un romanzo delicato in poco più di cento pagine.
Javier Goñi, El País

Questo articolo è uscito sul numero 1456 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati