Caracas, la capitale del Venezuela, è cambiata. Da un po’ di tempo le auto intasano di nuovo le strade; i manifesti politici, con slogan come “socialismo o morte”, sono stati sostituiti da pubblicità di whisky o di centri di medicina estetica; e quando si sente una moto arrivare probabilmente è per una consegna, non per una rapina a mano armata. I residenti, soprattutto i più ricchi, sostengono che il Venezuela se arregló, si è sistemato.

Anche se la situazione è migliorata dopo la decisione presa dal governo nel 2019 di allentare i controlli sui prezzi e autorizzare il commercio in dollari statunitensi, i problemi strutturali non sono stati risolti. Nell’ultimo decennio il pil nazionale si è ridotto del 70 per cento e circa sette milioni di persone sono emigrate.

Ma oggi il Venezuela è diverso dal 2019, quando gli Stati Uniti e altre decine di paesi hanno riconosciuto il leader dell’opposizione Juan Guaidó presidente ad interim legittimo. Il leader venezuelano Nicolás Maduro, sostenevano, aveva truccato le elezioni presidenziali. Ma Guaidó e i suoi sostenitori hanno valutato male la lealtà dei vertici militari verso Maduro e sono stati messi in difficoltà dalla guerra in Ucraina, che ha spinto gli Stati Uniti a cambiare i rapporti con i paesi produttori di petrolio.

Guaidó è ancora chiamato “presidente” dai leader di Stati Uniti e Regno Unito, ma non esercita alcun potere. Trascorre la maggior parte delle giornate rispondendo a telefonate su Zoom da un ufficio sopra un centro commerciale. Il parlamento da lui guidato è stato sostituito da un altro, controllato da Maduro. Il suo mandato scadrà il 5 gennaio ed è improbabile che l’opposizione lo eleggerà di nuovo. Al contrario, dopo nove anni Maduro è ancora al potere e negli ultimi sei mesi il pendolo della geopolitica lo ha favorito. Il Venezuela ha il 20 per cento delle riserve petrolifere mondiali accertate, più di qualsiasi altro paese. La guerra in Ucraina ha reso tutti più nervosi sulle forniture di greggio e ha fatto apparire più alto il costo dell’isolamento di Caracas. Dopo decenni di cattiva gestione, l’industria petrolifera venezuelana è troppo malmessa per fare la differenza sui mercati petroliferi globali nel prossimo futuro. Ma gli Stati Uniti e altri paesi pensano a lungo termine.

Abbattere le barriere

Durante la presidenza di Donald Trump Washington aveva imposto sanzioni al settore petrolifero, bancario e minerario venezuelano e a più di 140 funzionari del governo. Joe Biden, al contrario, si sta riavvicinando con cautela al Venezuela. I suoi collaboratori hanno incontrato due volte a Caracas i rappresentanti del governo di Maduro. A ottobre, sette cittadini statunitensi imprigionati in Venezuela sono stati scambiati con due nipoti della moglie di Maduro, Cilia Flores.

Il 26 novembre l’amministrazione Biden si è spinta oltre e ha concesso alla Chevron, l’azienda petrolifera statunitense che ha quattro accordi in sospeso con il gigante petrolifero statale venezuelano (Pdvsa), una licenza limitata per estrarre ed esportare greggio negli Stati Uniti. Ma ad alcune condizioni: i guadagni serviranno a pagare i miliardi di dollari di debiti accumulati dal Venezuela nei confronti della Chevron; sono vietati i pagamenti di diritti di sfruttamento o tasse al governo, e di utili alla Pdvsa.

In cambio Maduro ha accettato di riprendere i negoziati con l’opposizione, che aveva sospeso a ottobre del 2021. I colloqui sono cominciati a Città del Messico il 26 novembre. Anche se Maduro non parteciperà in prima persona, la ripresa dei colloqui è un altro passo verso la fine del suo isolamento internazionale. Lo ha dimostrato anche la partecipazione alla Cop27 in Egitto, a novembre, dove c’è stato un incontro con il presidente francese Emmanuel Macron. I due capi di stato hanno parlato per pochi minuti, ma hanno abbattuto anni di barriere. Macron lo ha chiamato “presidente”, anche se la Francia non lo riconosce ufficialmente come leader legittimo. Le cose “continuano a migliorare”, ha commentato Maduro.

Il leader venezuelano ha anche ottenuto un breve colloquio con John Kerry, inviato speciale di Biden per il clima. È stata una piccola vittoria, dato che nel 2020 gli Stati Uniti avevano accusato Maduro di narcoterrorismo, offrendo una ricompensa di 15 milioni di dollari per informazioni che portassero al suo arresto. Il dipartimento di stato di Washington ha dichiarato che Maduro ha colto Kerry di sorpresa.

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva alle elezioni presidenziali brasiliane il 30 ottobre significa che ora tutte le principali economie della regione saranno guidate da governi di sinistra, meno ostili a Maduro. Quando Lula s’insedierà, il 1 gennaio 2023, è probabile che riprenderà le relazioni diplomatiche con Caracas. La Colombia ha già riallacciato i rapporti con il paese vicino: il 1 novembre il presidente Gustavo Petro è stato il primo leader colombiano in dieci anni a essere ricevuto nel palazzo presidenziale a Caracas.

Avvicinarsi a Maduro, però, comporta dei rischi. Per cominciare, il petrolio venezuelano è abbondante, ma pesante e laborioso da raffinare. Dopo anni di cattiva gestione e corruzione, gran parte delle infrastrutture della Pdvsa è in rovina. Nel 2022 si prevede una produzione media di 650mila barili al giorno, una frazione rispetto all’obiettivo del governo di due milioni e meno di un quinto della produzione precedente all’elezione di Hugo Chávez nel 1999.

Bisognerà aspettare il 2024 perché una quantità significativa di petrolio raggiunga i mercati, sostiene Ángel Alvarado, un deputato dell’opposizione che oggi lavora all’università della Pennsylvania, negli Stati Uniti. Anche se il Venezuela dovesse arrivare al milione di barili al giorno entro il 2025, sarebbe solo l’1 per cento circa dell’attuale produzione globale. Per raggiungere quest’obiettivo, altre aziende straniere, come la spagnola Repsol o l’italiana Eni, dovrebbero operare senza restrizioni. Bisognerebbe inoltre aumentare considerevolmente gli investimenti stranieri, cosa che sembra improbabile. Le stime variano, ma secondo José Toro Hardy, ex direttore della Pdvsa, occorrerebbero 25 miliardi di dollari all’anno per otto anni affinché l’azienda statale venezuelana produca come in passato.

In secondo luogo i precedenti di Maduro fanno temere che, una volta seduto al tavolo dei negoziati, non giocherà pulito. L’accordo che si vuole raggiungere in linea di massima è questo: il governo accetta di organizzare delle elezioni presidenziali trasparenti e l’opposizione accetta di partecipare al voto. L’amministrazione Biden potrebbe offrire di più di un “alleggerimento delle sanzioni” se si facessero passi avanti verso il ritorno del Venezuela alla democrazia. Ma è difficile che Maduro permetta un’elezione abbastanza pulita da rischiare di perderla. Forse, però, pensa di vincere in maniera regolare. Il suo indice di gradimento è del 26 per cento, secondo l’istituto Datanálisis. Solo leggermente più basso di quello del leader dell’opposizione più popolare, il governatore dello stato di Zulia, Manuel Rosales. E molto al di sopra di quello di Guaidó, fermo al 16 per cento. Rafael Lacava, il governatore dello stato di Carabobo, vicino al governo, è un politico amato. Non ha mai detto di voler essere un’alternativa a Maduro e potrebbe diventare una risorsa per la sua campagna elettorale.

Un’altra possibilità è che il governo voglia far credere di essere pronto a partecipare a un’elezione regolare per poi ignorare la volontà degli elettori. Maduro sta già giocando al rialzo con gli Stati Uniti: il 30 novembre ha dichiarato di poter ammettere elezioni libere solo se saranno tolte “tutte le sanzioni”.

Tuttavia ci sono alcune questioni non elettorali su cui le parti potrebbero accordarsi. Una è l’accesso ai circa tre miliardi di dollari di beni del governo venezuelano, attualmente congelati in banche statunitensi ed europee. All’inizio dei colloqui in Messico le parti hanno deciso d’istituire un fondo gestito dalle Nazioni Unite, inizialmente incentrato sul miglioramento delle infrastrutture, per esempio sulla riparazione della rete elettrica del paese e sulla costruzione di scuole.

Elezioni anticipate

Non è previsto un accordo sulle elezioni nella prima fase dei colloqui. Ma più avanti si dovrà stabilire chi saranno i candidati. In teoria Maduro blinderà la sua candidatura per il partito di governo, il Psuv. Per quanto riguarda l’opposizione, una lista ristretta prevede almeno venti candidati, tra cui Guaidó. In origine erano più di ottanta. “È questo il problema dell’opposizione venezuelana: tutti vogliono diventare presidente”, osserva un diplomatico a Caracas.

Anche i tempi del voto sono oggetto di dibattito. La costituzione stabilisce che le presidenziali si tengano ogni sei anni, quindi nel 2024. Ma nel governo più di una persona ha accennato alla possibilità che si svolgano entro pochi mesi. Questa decisione spetta al consiglio elettorale, controllato dal governo.

Organizzare elezioni anticipate potrebbe disorientare l’opposizione, che deve ancora organizzarsi, e favorire Maduro e il suo partito. Nonostante la posizione meno ostile dell’amministrazione Biden, è eccessivo sostenere che “il Venezuela si è sistemato”. Secondo le cifre ufficiali del governo, a febbraio del 2019 l’inflazione annuale aveva raggiunto il 340mila per cento. Si è fermata con il ricorso al dollaro, ma oggi è del 155 per cento all’anno, la più alta dell’America Latina. Il valore sul mercato nero del bolívar rispetto al dollaro è sceso del 43 per cento nelle prime quattro settimane di novembre e la banca centrale non ha i fondi per sostenerlo.

Da anni l’opposizione, sostenuta dagli Stati Uniti, chiede elezioni anticipate. Maduro potrebbe essere tentato di assecondarla e andare alle urne prima che la bolla esploda. ◆ff

Da sapere
Lenta ripresa
Produzione di petrolio, milioni di barili al giorno (fonti: opec, bloomberg, the economist)

Questo articolo è uscito sul numero 1490 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati