Come possono testimoniare milioni di persone costrette a letto, l’influenza sta dilagando in tutto il mondo. Il virus ha scatenato un’ondata di ricoveri in paesi come Regno Unito, Italia e Stati Uniti, dove “all’improvviso tutti vedono non solo qualche caso, ma un gran numero di casi”, dice Andrew Pekosz, virologo della Johns Hopkins Bloomberg school of public health di Baltimora. In molti paesi la stagione dell’influenza è cominciata prima e ha accelerato più rapidamente del solito.
Perché quest’anno l’influenza è così grave? Gli scienziati sospettano che in parte sia dovuto al fatto che è diventata dominante una nuova variante del virus. Questa variante ha un alto numero di mutazioni, quindi rispetto a quelle degli anni scorsi è molto meno simile al ceppo usato per il vaccino antinfluenzale, e questo potrebbe renderle più facile sfuggire al sistema immunitario e ai vaccini. Inoltre il ceppo ora prevalente appartiene a un sottotipo virale che circola da decenni ma nelle scorse stagioni non era stato dominante, per cui molte persone hanno un’immunità relativamente bassa. Comunque ci sono segnali che i vaccini antinfluenzali attualmente disponibili proteggono dai sintomi più gravi.
Negli Stati Uniti è ancora troppo presto “per confrontare quest’influenza con quelle degli scorsi decenni”, spiega Jesse Bloom, virologo del Fred Hutchinson cancer center di Seattle, ma “una cosa è certa: è peggiore della media”.
La stagione 2025-26 è cominciata un mese prima del previsto nel Regno Unito, in buona parte dell’Europa e in Giappone, che ha dichiarato un’epidemia d’influenza per l’altissimo numero di contagi, mentre in Australia è durata almeno un mese più del solito. Eleni Galanis, direttrice generale della Public health agency of Canada di Ottawa, riferisce “un’impennata di casi in contemporanea in tutte le province e i territori, che ha ovviamente messo sotto pressione il sistema sanitario”.
La variante K è responsabile di circa l’80 per cento dei contagi nel mondo
Il virus responsabile di parecchi dei casi di quest’anno appartiene al sottotipo H3n2, che muta più in fretta di altri ceppi. La sua variante K è diventata dominante in tutto il mondo a settembre e ora è responsabile di circa l’80 per cento dei contagi globali. “Tutto questo può essere attribuito alla variante K”, dice Pekosz.
I modelli epidemiologici suggeriscono che la variante è comparsa nel febbraio 2025, ma è stata sequenziata solo a giugno, mesi dopo che l’Oms aveva selezionato i ceppi da usare come base dei vaccini per l’attuale stagione influenzale nell’emisfero settentrionale (gli scienziati ritoccano ogni anno la composizione dei vaccini proprio a causa delle continue mutazioni genetiche del virus).
Per questo “il ceppo del vaccino e il ceppo che circola non corrispondono”, spiega Scott Hensley, virologo dell’università della Pennsylvania a Filadelfia. Tuttavia in un’anticipazione del loro studio, pubblicata il 6 gennaio, Hensley e i colleghi scrivono che in alcune persone il vaccino stimola anticorpi sufficienti a proteggere dalla forma più grave della malattia. Lo studio non è ancora stato sottoposto a revisione.
Mutazione accelerata
Rispetto al ceppo dell’H3n2 usato nel vaccino antinfluenzale prevalente, la variante K ha undici mutazioni dell’emoagglutinina, la proteina che sulla superficie dei virioni, le particelle virali, crea le famose spike con cui il virus attacca e si lega alla cellula ospite.
Secondo lo studio non pubblicato di John Huddleston, virologo del Fred Hutchinson cancer center, a partire dal 2007 i ceppi circolanti dell’H3n2 hanno generato ogni sei mesi da una a tre modificazioni aggiuntive degli amminoacidi rispetto al ceppo del vaccino antinfluenzale. La velocità di mutazione del virus in un lasso di tempo così breve è cruciale: “È incredibilmente alta”, dice.
Dopo l’infezione o il vaccino, il sistema immunitario produce gli anticorpi che prendono di mira l’emoagglutinina, ma secondo Hensley basta una sola mutazione della proteina per impedire agli anticorpi dell’ospite di attaccarsi alle spike del virus e di distruggere i virioni.
Gli scienziati ancora non sanno quali mutazioni abbiano favorito l’impennata del virus, dice Sarah Cobey, microbiologa dell’università di Chicago. I virologi però concordano sul fatto che la diffusione dell’H3n2 negli ultimi sei mesi è stata favorita dalla circolazione piuttosto scarsa dei virus H3 negli anni scorsi. Nel 2024-25 hanno causato circa la metà dei casi negli Stati Uniti e circa il 40 per cento in Europa, per cui all’inizio di questa stagione l’immunità della popolazione dai virus H3 era relativamente bassa.
Siccome il tasso di vaccinazione contro l’influenza è basso, “forse i contagi hanno un ruolo più importante dei vaccini nel mantenere alti i livelli di immunità”, commenta Ian Barr, vicedirettore del Collaborating centre for reference and research on influenza dell’Oms a Melbourne, in Australia. A suo avviso era improbabile che l’H3 restasse a lungo in disparte. “Prima o poi sarebbe tornato”, dice. “È quello che sta succedendo quest’anno”. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati