I piccoli punti rossi osservati nell’universo primordiale non sono giovani galassie ricche di stelle come era stato ipotizzato, ma buchi neri supermassicci in rapida crescita. Individuati nel 2022 dal telescopio spaziale James Webb, i primi “little red dots” sarebbero comparsi poche centinaia di milioni di anni dopo il big bang, per poi sparire circa un miliardo di anni più tardi. La scoperta aveva messo in crisi i modelli cosmologici perché sembravano troppo massicci per un universo così “giovane”. Ora gli astrofisici del Cosmic Dawn centre di Copenaghen chiariscono che sono giovani buchi neri supermassicci più piccoli del previsto, avvolti in densi bozzoli di elettroni e gas. Normalmente i buchi neri crescono inglobando materia, che si riscalda ed emette radiazione. In questo caso la radiazione viene filtrata dal bozzolo circostante e una parte di essa fuoriesce come luce visibile di colore rosso. I piccoli punti rossi rappresentano una fase finora sconosciuta nella vita dei buchi neri supermassicci. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati