Molti lettori dei principali siti d’informazione nelle ultime settimane avranno pensato che Israele si stesse preparando a realizzare un drastico piano per annettere la Cisgiordania occupata, in seguito al patto di coalizione del governo e al cosiddetto accordo del secolo statunitense.

Ma i palestinesi sanno perfettamente che non c’è nulla di sensazionale nell’annessione israeliana. Al massimo li irrita lo stupore espresso dalla comunità internazionale davanti a questa iniziativa.

Per comprendere il divario tra i titoli di giornale e la realtà, mettetevi nei panni di un comune cittadino israeliano che decide di fare una gita, da casa sua a Tel Aviv fino al mar Rosso, un itinerario che per lo più attraversa la Cisgiordania occupata. Questa persona non dovrà fare altro che prendere un’unica autostrada in direzione est e in meno di un’ora e mezza sarà arrivata sulla sponda del fiume Giordano. Non ci sono posti di blocco né deviazioni nel breve tragitto, nulla a indicare l’ingresso in Cisgiordania. Si susseguono cartelli stradali in ebraico, la polizia israeliana fa rispettare il codice della strada ovunque, e l’Autorità nazionale israeliana dei parchi dà il benvenuto ai visitatori diretti ai siti circostanti. Il guidatore israeliano starà attento a non entrare accidentalmente nelle aree in cui vivono gli abitanti palestinesi della Cisgiordania. Non è difficile. Subito dopo gli accordi di Oslo l’esercito ha piazzato dei grandi cartelli rossi all’ingresso delle città palestinesi, per avvertire gli israeliani che entrarci è “pericoloso”. Ovviamente, un palestinese dall’altro lato di quei cartelli non potrà né imboccare quella strada a ritroso fino ad arrivare in Israele né visitare gli stessi resort sul mar Morto del guidatore israeliano.

**La realtà dei fatti **

Nonostante l’apparente complessità delle strutture politiche di questa terra, la mappa geografica di Israele e Palestina nel 2020 è in realtà piuttosto semplice: a parte le poche enclave palestinesi semiautonome in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, tutto il territorio, da nord a sud e da est a ovest, è governato da Israele.

Questa realtà esiste da decenni. Eppure il mondo è preoccupato dal fatto che Israele ora vuole renderla “ufficiale” con un’annessione formale. Quella che per la comunità internazionale è un’iniziativa illegale da parte di un occupante militare, o una disputa territoriale tra due governi, per i palestinesi rappresenta un ulteriore tappa nel secolare progetto colonizzatore israeliano.

Esclusione e controllo, da sempre caratteristiche essenziali del sionismo, sono gli elementi costitutivi della geografia di questa terra. L’obiettivo di creare un paese per soli ebrei abitato anche da un’altra popolazione ha prodotto un’interminabile realtà di oppressione per i palestinesi, ai quali il sionismo ha dato due opzioni: espulsione ed esilio, o dominio israeliano senza diritti. Tutti i palestinesi, indipendentemente da dove si trovino nel mondo, sono soggetti a uno di questi due destini.

Dopo la fondazione dello stato nel 1948 molti israeliani erano amareggiati per non aver conquistato anche città come Hebron, Nablus e la città vecchia di Gerusalemme, che consideravano luoghi sacri. Quella delusione fu in parte superata nel 1967, quando Israele prese il controllo di tutta la Palestina mandataria, l’entità geopolitica istituita tra il 1920 e il 1948 e amministrata dal Regno Unito. Ma a parte Gerusalemme Est, Israele non ha mai messo quei territori sotto la propria giurisdizione.

Uno stato non per tutti

Ancora oggi Israele vuole a tutti i costi evitare di ripetere l’errore demografico commesso nel 1948 concedendo ad alcuni palestinesi la cittadinanza israeliana. Sottoposti a un governo militare fino al 1966 e da allora sempre discriminati, i cittadini palestinesi con la loro stessa esistenza ostacolano il progetto israeliano di creare uno stato puramente ebraico. Per questo ai palestinesi in Israele viene costantemente ricordato che sono indesiderati. L’anno scorso Netanyahu ha detto chiaramente che “Israele non è uno stato per tutti i suoi cittadini”, e anche l’accordo del secolo ha proposto di trasferire le loro comunità in un futuro stato palestinese.

Perseguitato dal suo errore, Israele ha deciso di portare avanti una politica di “temporaneità permanente” in Cisgiordania e a Gaza: un’annessione de facto, piuttosto che de iure. Ha creato così nuove categorie per la popolazione indesiderata: “permessi di residenza permanente” rossi per gli abitanti di Gerusalemme Est (a migliaia poi revocati) e carte di identità arancioni o verdi per quelli di Gaza e della Cisgiordania, rilasciate dal ministero della difesa israeliano.

Contemporaneamente lo stato ha incoraggiato la popolazione ebraica a stabilirsi nei Territori occupati. Man mano che si sviluppavano gli insediamenti, Israele ha costruito strade di collegamento, muri e recinzioni per far in modo non solo che le colonie restassero collegate tra loro e a Israele, ma anche che servissero da strumento per controllare e limitare il movimento della popolazione palestinese.

Allora perché, dopo più di cinquant’anni di “temporaneità permanente”, Israele ha deciso di rendere ufficiale questa realtà? E quale dovrebbe essere la reazione dei palestinesi?

Da sapere
Pareri diversi
Cosa pensano gli israeliani della possibilità di annettere la Cisgiordania, 2019, percentuale (Fonte: Haaretz)

La risposta a queste domande sta in ciò che Israele potrebbe annunciare a breve: non solo l’annessione degli insediamenti e delle terre circostanti, che sono già sotto il suo controllo, ma anche l’espulsione definitiva dei palestinesi che rimangono in quelle aree. Questo progetto si sta portando avanti da anni in luoghi come la valle del Giordano, la zona E1 e le colline meridionali di Hebron. Ma una volta dichiarata l’annessione, potrà essere realizzato con più rapidità.

Considerata l’impunità con cui Israele ha violato il diritto internazionale nei Territori occupati, i palestinesi hanno l’occasione di abbandonare definitivamente la strategia che si affidava al diritto per contrastare l’“occupazione”. Per molto tempo i palestinesi hanno sperato che questo quadro di riferimento internazionale potesse essere d’aiuto alla loro battaglia, nonostante tutti i suoi limiti e le distorsioni della loro causa. Ma sempre invano.

I leader palestinesi sono stati parte di questo fallimento. Fino alla fine degli anni ottanta consideravano Israele una colonia che usurpava la terra palestinese, chiedevano il ritorno dei profughi e invocavano un unico stato democratico per tutti. Ma in seguito l’Organizzazione per la liberazione della Palestina ha riconosciuto formalmente Israele e ha adottato la soluzione dei due stati, soprattutto per compiacere la prospettiva della comunità internazionale, che si basa sulla falsa premessa di un “conflitto” tra due parti uguali.

Questo inquadramento ha soppiantato la richiesta palestinese di decolonizzare la Palestina mandataria e ha accettato la Linea verde (che segna le frontiere precedenti alla guerra dei sei giorni del 1967) come confine all’interno del quale ingabbiare i palestinesi in un quasi-stato. A poco meno di trent’anni dagli accordi di Oslo, le politiche coloniali di Israele continuano a trattare i palestinesi come un gruppo colonizzato indesiderato, che si tratti di cittadini israeliani, di soggetti che vivono nei Territori occupati o di profughi espulsi.

Correggere gli errori

Il presidente palestinese Abu Mazen afferma di esserne consapevole, minacciando ripetutamente di smantellare l’Autorità nazionale palestinese o di ritirarsi dai cosiddetti accordi di sicurezza con Israele. Ma non è mai stato abbastanza coraggioso da andare fino in fondo. Se l’Autorità nazionale palestinese non farà nulla per correggere i suoi errori continuerà a sostenere il progetto israeliano, che vuole una leadership palestinese a governare delle enclave ridotte all’osso per conto di Israele.

Dunque, mentre Israele rifinisce la prossima fase del suo progetto, è tempo che i palestinesi tornino alla loro rivendicazione originaria: una decolonizzazione totale e un unico stato democratico in cui ogni essere umano abbia uguali diritti. Ed è il momento di sviluppare nuove strategie per raggiungere questo obiettivo. Fino ad allora la comunità internazionale non ha il diritto di esprimere rammarico per l’annessione. Questa annessione è semplicemente il frutto degli sforzi coloniali israeliani, che la stessa comunità internazionale non ha mai fatto nulla per fermare. ◆ fdl

Ahmad al Bazz

è un giornalista e documentarista che vive a Nablus, in Cisgiordania. Dal 2012 fa parte del collettivo fotografico Activestills.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati