In Nicaragua il 7 novembre ci sarà un evento che i mezzi d’informazione si ostinano a chiamare “elezioni”. Il presidente sandinista Daniel Ortega, al potere dal 2006, è certo della vittoria, anche perché una legge introdotta diversi anni fa e scritta su misura per lui stabilisce che per vincere le presidenziali basta il 35 per cento dei voti. Nonostante questo, per maggiore sicurezza, Ortega ha fatto in modo che i suoi sette potenziali avversari fossero esclusi dal voto. Da maggio il governo di cui è alla guida insieme alla moglie e vicepresidente Rosario Murillo ha coordinato il “rapimento” dei candidati rivali, come lo chiama Vilma Núñez, fondatrice e presidente del Centro per i diritti umani del Nicaragua. La sede di quest’organizzazione è stata chiusa e distrutta dagli uomini del governo, e la stessa Núñez si sente minacciata. In questi mesi sono stati arrestati trenta oppositori del regime (il numero è in continuo aumento), che si sono aggiunti ai più di 120 prigionieri arrestati durante le mobilitazioni antigovernative del 2018.

Il 21 ottobre di quest’anno due dirigenti della più importante associazione imprenditoriale del paese sono stati prelevati e condotti presumibilmente in carcere. “Il timore è che questa vicenda segni l’inizio di una nuova ondata di arresti”, mi dice Núñez al telefono.

Gli Ortega sanno bene quale sarebbe il loro destino se consentissero lo svolgimento di un’elezione regolare. Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Cid-Gallup, il 69 per cento della popolazione non approva il loro governo. Anche volendo ignorare il sondaggio, l’instancabile apparato statale per la raccolta d’informazioni gli ha sicuramente fornito le prove della loro impopolarità. Murillo controlla sia i gruppi che fanno spionaggio nei quartieri – ogni settimana inviano resoconti dettagliati sul dissenso nei centri urbani – sia le associazioni della Gioventù sandinista, che monitorano il malcontento studentesco. Così è nata la necessità di mettere sotto chiave i potenziali rivali prima che potessero ufficializzare la loro candidatura. Questa strategia ha permesso ai funzionari del governo di sostenere che quelle del 7 novembre non saranno vere elezioni “perché non ci sono candidati registrati”.

Vuoto di memoria

In Nicaragua gira voce che Ortega, arrivato alla soglia dei 76 anni, soffra di una forma di demenza e sia sempre più inadatto a governare. Nelle sue rare apparizioni pubbliche – a settembre ha cancellato all’ultimo momento l’intervento all’assemblea generale delle Nazioni Unite – il presidente nicaraguense è sembrato debole e distratto. Quindi è possibile che si sia dimenticato di cosa successe il 27 dicembre 1974.

Quella notte tredici esponenti del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln), un piccolo gruppo ribelle che aveva imbracciato le armi contro la dittatura di Anastasio Somoza, fecero irruzione in una festa organizzata in onore dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Nicaragua. L’ambasciatore era andato via da qualche minuto, ma molti dei dignitari di Somoza erano ancora presenti. I partecipanti alla festa – tra cui il padrone di casa e più volte ministro José María Castillo, uno zio di Somoza che da tempo ricopriva l’incarico di ambasciatore a Washington, un altro paio di ambasciatori, un ministro e alcune mogli dei presenti – furono fatti prigionieri dai ribelli.

Fu un colpo straordinario per l’organizzazione guerrigliera, soprattutto considerando che tra i militanti c’erano pochi combattenti esperti. La maggior parte aveva pochissima esperienza sul campo, in alcuni casi non ne aveva nessuna. Molti componenti di quell’unità sandinista non sopravvissero abbastanza da poter gioire per la caduta di Somoza e la fine della rivoluzione, nel luglio 1979. Tra quelli che ce la fecero c’era il secondo in comando, Hugo Torres, uno studente di diritto di 26 anni con un’aria astuta e machiavellica, e sempre pronto a correre rischi.

Visto che i sandinisti avevano preso in ostaggio anche alcuni suoi familiari, all’alba Somoza accettò di trattare. Promise un milione di dollari di riscatto, la lettura alla radio nazionale di un comunicato dell’Fsln e soprattutto la liberazione di quattro prigionieri sandinisti. Tra le persone che avrebbero dovuto essere per sempre grate a Torres e ai suoi compagni c’era un austero militante di 29 anni che si chiamava Daniel Ortega, che aveva trascorso buona parte della sua breve esistenza adulta nelle terribili carceri di Somoza. Il tempo tende a cambiare radicalmente le cose: oggi Ortega sta per essere nuovamente nominato presidente del Nicaragua. Mentre Torres, 76 anni, che nel 1974 lo liberò, è suo prigioniero.

Resistenza passiva

Per quanto subdolo e legalmente assurdo, l’arresto dei possibili candidati alle elezioni ha uno scopo chiaro. Torres, però, non aveva intenzione di candidarsi alle presidenziali. Quindi qual è il senso del suo arresto e di quello di altre decine di persone? Prendiamo per esempio il caso di Dora María Téllez. Ricordo ancora com’era pochi giorni dopo la deposizione di Somoza da parte dei sandinisti: una ragazza felice di 23 anni, che si era seduta sulle gambe della madre per farmi spazio in un’auto sovraffollata. Avevo disperatamente bisogno di un passaggio.

Téllez è un’eroina dell’epica sandinista, descritta più tardi dallo scrittore colombiano Gabriel García Márquez come una “ragazza di 22 anni bella, timida e riflessiva, con un’intelligenza e un buon senso che le avrebbero permesso di avere successo in qualsiasi campo”.

Nell’agosto 1978 Téllez partecipò insieme a Torres alla presa del palazzo nazionale, a Managua, nota come operación chanchera (i parlamentari erano assimilati a chanchos, maiali). In quell’occasione ebbe il ruolo di negoziatrice, ottenendo la liberazione di tutti i prigionieri sandinisti, il loro trasferimento sicuro a Cuba e un altro riscatto da un milione di dollari. Téllez era un’abile combattente e nel giugno 1979 ottenne la ritirata della guardia nazionale di Somoza dalla città di León, stabilendo un governo provvisorio fino a quando il resto del paese fu conquistato dai guerriglieri sandinisti, un mese dopo.

Téllez fu ministra della salute prima di ritirarsi dall’Fsln negli anni novanta. Poi fondò il Movimento di rinnovamento sandinista (oggi chiamato Unamos) insieme a un gruppo di altri militanti, tra cui Torres e lo scrittore ed ex vicepresidente Sergio Ramírez. Erano tutti delusi dalla deriva che avevano preso il partito sandinista e il governo di Ortega.

Le detenute non hanno il permesso di leggere. Hanno visto i loro avvocati solo una volta e per meno di mezz’ora alle due del mattino

Téllez, che oggi ha 65 anni, è stata arrestata il 13 giugno insieme alla sua compagna Ana Margarita Vijil in un’operazione che ha coinvolto esercito e droni. Lo stesso giorno sono stati arrestati anche Torres e Suyen Barahona, attuale presidente di Unamos. Il giorno prima era toccato a Tamara Dávila, nipote di Vijil e tra le leader dell’opposizione. Le quattro donne sono le uniche, tra tutti i detenuti, per cui è stato predisposto un regime d’isolamento.

Di recente ho parlato al telefono con Josefina Gurdián, madre di Vijil e nonna di Dávila. Quando ci siamo sentite doña Pinita, com’è chiamata a Managua per i suoi dolci e i suoi programmi di cucina, era di buon umore. Infatti per la seconda volta in quattro mesi aveva potuto vedere la figlia, abbracciarla e parlare con lei relativamente in pace. Tutte e quattro le donne erano state costrette a posare per un ritratto carcerario insieme ai parenti e a subire una tempesta di flash disorientanti. Nessun giornalista era stato ammesso all’incontro. Ma almeno nella stanza non c’erano poliziotti in assetto antisommossa pronti a registrare la loro conversazione privata.

Pinita mi ha raccontato che a causa dell’alimentazione insufficiente la figlia e le altre prigioniere hanno perso molto peso, quasi 15 chili nel caso di Vijil. Inoltre la pessima igiene ha provocato a tutte, a fasi alterne, disturbi gastrointestinali. Le luci accecanti della cella di Vijil rimangono accese giorno e notte. Mentre i parenti di Dora María Téllez hanno riferito che nella sua cella non c’è nessuna luce elettrica, ma solo una piccola finestra che lascia filtrare qualche raggio durante il giorno.

Le detenute non hanno il permesso di leggere. Hanno potuto vedere i loro avvocati solo una volta e per meno di mezz’ora. L’incontro era stato fissato alle due del mattino. I legali non hanno potuto vedere i documenti che riguardano le loro assistite. Anche se le accuse sono state presentate ufficialmente all’inizio di settembre, ancora non è stato fatto nulla per avviare un processo.

Tra gli oppositori arrestati, alcuni sono accusati di riciclaggio di denaro, la stessa imputazione avanzata in absentia contro lo scrittore Sergio Ramírez che è fuori dal Nicaragua. Altri devono rispondere del misterioso reato di “compromissione dell’integrità nazionale”.

Nonostante il trattamento riservato a Vijil, Pinita l’ha trovata lucida e determinata. Mi ha spiegato che tutte e quattro le donne arrestate considerano questa fase come un atto prolungato di resistenza passiva. “Capiscono che stanno eseguendo un compito. Stanno facendo qualcosa per il Nicaragua”, dice.

Da sapere
Una lunga carriera

◆Daniel Ortega, 76 anni, è stato eletto per la prima volta presidente del Nicaragua nel 1984, cinque anni dopo il trionfo della rivoluzione sandinista, a cui aveva partecipato da guerrigliero, contro la dittatura di Somoza. Nel 1990 le elezioni sono state vinte da Violeta Chamorro e il Fronte sandinista di liberazione nazionale è stato sconfitto. Ortega è stato eletto di nuovo nel 2006. Nel 2009 la corte costituzionale ha eliminato ogni limite alla rielezione presidenziale. Il leader sandinista è stato rieletto nel 2011 e nel 2016, quando ha nominato vicepresidente la moglie Rosario Murillo. Tra il 18 aprile e il 30 maggio 2018 nella repressione delle proteste contro il governo sono morte almeno 109 persone, 1.400 sono state ferite e più di seicento sono state arrestate.

◆Il 1 novembre 2021 l’azienda Meta, proprietaria di Facebook, ha reso noto di aver eliminato più di mille account usati dal governo di Managua per manipolare il dibattito pubblico e attaccare l’opposizione. Bbc, Afp, Giei Nicaragua


Vijil fa ginnastica, tiene il conto dei giorni, cerca di ricordare le poesie che un tempo sapeva a memoria, canta, pensa ai suoi cari, si veste molto lentamente (“per occupare il tempo”) e a volte “parla con le brande”, i cinque giacigli di cemento vuoti che sono nella sua cella. “La conversazione è una necessità umana”, afferma Pinita.

La lista di Murillo

La risposta internazionale alle violazioni dei diritti umani da parte del governo autoritario di Ortega è stata ambivalente. All’inizio di ottobre l’Unione europea ha annunciato che prorogherà le sanzioni economiche contro il Nicaragua, mentre di recente l’ambasciatore degli Stati Uniti si è congratulato con il giornale Confidencial – oggi la redazione lavora in esilio in Costa Rica – per i venticinque anni passati a difendere i valori democratici e la libertà di stampa. Dopo essersi rifiutati di condannare il governo di Managua in occasione di un voto recente dell’Organizzazione degli stati americani, i presidenti di Messico e Argentina hanno scritto una lettera farfugliando qualcosa a proposito delle “preoccupanti azioni politiche e legali intraprese recentemente”, un eufemismo per indicare l’ondata di arresti arbitrari degli oppositori.

Ma alla coppia che governa il Nicaragua queste azioni internazionali non interessano. Murillo, in particolare, sembra avere ben chiara nella testa una lunga lista di tutte le persone che le hanno mancato di rispetto.

L’elenco comprende sicuramente il ­leader degli studenti Lesther Alemán, che due anni fa davanti alle telecamere ebbe il coraggio di dire a Ortega che era arrivato il momento di lasciare il potere. Oggi, dopo settimane di prigionia, Alemán è emaciato e magrissimo. Poi c’è Téllez che una volta, in occasione di un’operazione fallimentare della guerriglia guidata da Ortega, disse “Daniel è un uomo senza abilità fisiche, è miope, privo di qualsiasi talento per le operazioni di combattimento”. Infine c’è lo scrittore Sergio Ramírez, che nei suoi romanzi ha ridicolizzato Murillo senza nessun filtro. Evidentemente per la coppia che guida il Nicaragua nessuna sanzione internazionale è in grado di annullare il piacere della vendetta.

Anche se le condizioni dei prigionieri sono leggermente migliorate negli ultimi anni, è improbabile che la loro situazione generale cambi in tempi brevi.

A questo punto è possibile sostenere che tutti i nicaraguensi sono vittime di Ortega e Murillo. I due leader, infatti, hanno distrutto ciò che restava di un’economia fragile riducendo ad appena duemila dollari all’anno il reddito pro capite di sei milioni di persone, intascando decine di milioni di dollari di aiuti provenienti dall’estero, impedendo il lavoro dei giornalisti attraverso la persecuzione della stampa indipendente e il controllo di tutte le grandi emittenti radiofoniche e delle tv, prendendo decisioni politiche basate sulle convinzioni spirituali di Murillo, che ha voluto installare enormi “alberi” di metallo su ogni crinale per incanalare l’energia positiva proveniente dal cielo.

Dal 2018, quando la polizia ha ricevuto l’ordine di sparare sugli studenti che manifestavano a Managua e i paramilitari hanno ucciso almeno trecento persone, è chiaro che la coppia presidenziale è pronta a commettere qualsiasi atrocità pur di rimanere aggrappata al potere. ◆ as

Alma Guillermoprieto è una giornalista e scrittrice messicana, nata a Città del Messico nel 1949. Ha collaborato con il Guardian, il Washington Post, Newsweek e il New Yorker. In Italia ha pubblicato Cronache dal continente che non c’è (La Nuova Frontiera 2011).

Questo articolo è uscito sul numero 1434 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati