La mattina del 24 giugno, mentre l’alba illuminava il suo villaggio nel distretto di Gayan, nell’Afghanistan orientale, Abdul Qadir scavava tra le macerie della sua casa nel disperato tentativo di trovare un sacco di farina sepolto da qualche parte sotto le cataste di legno e terra. Come per molte altre persone in questa regione desolata, quel sacco di farina era il solo alimento che la sua famiglia aveva a disposizione prima che il 22 giugno un devastante terremoto decimasse metà del villaggio.

Da quasi un anno, dopo che i taliban hanno preso il potere e una crisi economica ha travolto il paese, gli abitanti del villaggio non possono più permettersi la legna che prima Qadir raccoglieva e vendeva per pochi dollari al giorno. Il prezzo dei prodotti alimentari del bazar locale è raddoppiato e l’uomo ha accumulato 500mila afgani (più di 4.700 euro) di debiti con i negozianti, che alla fine si sono rifiutati di fargli ancora credito.

Poi, la notte del 22 giugno, le montagne attorno a lui sono esplose in un violento boato che ha fatto crollare le pareti della casa uccidendo sei persone della sua famiglia. “Questa casa era l’unica comodità che mi restava”, commenta Qadir, 27 anni. “Non possiamo chiedere un prestito, non possiamo guadagnare soldi, non possiamo ricostruire. Non abbiamo niente”.

Il terremoto della scorsa settimana ha seminato il caos in questa remota regione montuosa, uccidendo più di mille persone e lasciandone altre migliaia senza un tetto. Un colpo devastante per un luogo che da decenni vive difficoltà senza fine e che sperava in un po’ di tregua dopo la fine della guerra e l’arrivo al potere dei taliban.

Gli abitanti del distretto di Gayan hanno tratto pochi benefici dalla presenza statunitense in Afghanistan. Occupano una delle aree più povere del paese e vivono alla giornata con i pochi soldi che riescono a guadagnare raccogliendo legna da ardere e pinoli in autunno. Quando c’erano gli statunitensi il governo era distante e nei periodi più difficili le famiglie dovevano fare affidamento le une sulle altre. L’avvento dei taliban non ha cambiato le cose. Nonostante i funzionari del governo si stiano affannando a portare aiuti dopo il terremoto, questi sforzi non avranno effetti duraturi.

Nel corso della guerra ventennale tra i taliban e i governi sostenuti dall’occidente, gli abitanti del distretto, che fa parte della provincia di Paktika, si sono ritrovati in mezzo agli scontri che hanno attraversato i loro villaggi. Dal cielo piovevano le bombe con cui il Pakistan voleva colpire i miliziani pachistani che avevano cercato riparo lungo il confine orientale con l’Afghanistan; i civili finivano uccisi e le loro case distrutte. La natura, poi, ha dispiegato tutta la sua violenza con frequenti inondazioni, tempeste di grandine e terremoti, tutti fenomeni che qui sono intrecciati alla vita quotidiana. Dopo il ritorno dei taliban al potere, molti speravano che la fine della guerra avrebbe portato un po’ di sollievo. Invece i bombardamenti dal Pakistan sono continuati perché i miliziani, resi più audaci dal ritiro delle truppe occidentali, si sono riversati nella regione. Una gravissima crisi economica, scatenata dalle sanzioni internazionali e dalla fine improvvisa degli aiuti umanitari che valevano milioni di dollari, ha decimato i redditi delle persone e ha fatto salire i prezzi dei generi alimentari. Secondo le stime del Programma alimentare mondiale, oggi circa la metà dei 39 milioni di afgani rischia la vita.

Un doloroso promemoria

Per molte persone che vivono nei villaggi remoti, il terremoto è stato un doloroso promemoria del fatto che la violenza e le difficoltà non sono finite. “Eravamo felici per la fine della guerra, pensavamo che le nostre vite sarebbero migliorate, invece ora va peggio”, dice Sher Mohammad, sessant’anni. “Oggi non ci preoccupiamo più per le bombe, ma moriamo perché non abbiamo da mangiare”. Mentre parla, un’altra piccola scossa agita la terra color sabbia sotto i suoi piedi. Il terremoto del 22 giugno ha distrutto completamente la casa di Mohammad a Stara Gayan, un villaggio tra i più colpiti nel distretto. Senza cibo né riparo, lui e la famiglia si sono rifugiati dai parenti nel villaggio vicino.

Per anni lui e i tre fratelli avevano vissuto insieme, condividendo i soldi guadagnati raccogliendo legna da ardere e lavorando alla giornata nelle fattorie. Era una vita dura, ma potevano permettersi di comprare farina, riso, olio per cucinare e altri beni di prima necessità. Erano anche riusciti a risparmiare abbastanza per ampliare la casa che condividevano e mandare i due figli di Mohammad a scuola nel capoluogo di provincia.

Ma dopo il crollo dell’economia nel 2021, i figli di Mohammad hanno smesso di andare a scuola per aiutarlo a guadagnare qualcosa al vicino bazar. “Il loro futuro è finito”, racconta. “Data la situazione non credo che riusciranno a studiare”. Dopo il sisma Mohammad si è unito alle centinaia di persone ammassate intorno a un improvvisato punto di distribuzione di viveri nel villaggio di Azor Kalai, dove le agenzie umanitarie internazionali e i funzionari taliban hanno piantato delle tende. Mentre gli uomini aspettavano di registrare i nomi delle loro famiglie per ricevere gli aiuti, nel cielo ronzavano elicotteri militari con a bordo funzionari taliban e da Kabul arrivavano camion carichi di provviste. Molti dei veicoli ci hanno messo più di 24 ore per percorrere i duecento chilometri di strade sterrate che attraversano un territorio accidentato e punteggiato da arbusti, letti di fiumi, case di mattoni di fango sulle colline e un mosaico di piccole fattorie nelle vallate.

Il rapporto
Il silenzio dell’Onu

“Il terremoto che il 22 giugno ha devastato parti delle province afgane di Khost e Paktika ha evidenziato la mancanza di regole e controllo nel settore degli aiuti”, scrive su Foreign Policy Lynne O’Donnel, che in passato ha diretto le sedi dell’Afp e dell’Associated Press a Kabul. “Il controllo dei taliban sulle ong locali gli permette di dirottare i rifornimenti verso i loro sostenitori e i soldati”, continua O’Donnel, che fornisce i dettagli di un rapporto interno dell’Unama, la missione delle Nazioni Unite in Afghanistan. Medici ed esperti nella gestione delle emergenze sono tra le migliaia di afgani che hanno lasciato il paese dopo il ritorno dei taliban al potere, e molti di quelli che sono rimasti sono stati licenziati dal nuovo regime, spiega O’Donnel. Il documento dell’Unama “conferma le peggiori paure sugli eccessi dei taliban, inclusi la violazione dei diritti delle donne, il bavaglio imposto ai mezzi d’informazione, gli attacchi agli attivisti, la chiusura delle organizzazioni per i diritti umani e la sostituzione dell’istruzione pubblica con l’indottrinamento religioso”. Nonostante tutto, l’Onu tace, forse per paura che una critica esplicita del regime possa limitare le sue attività. Anche se da quasi un anno interagisce con i taliban come il governo di fatto dell’Afghanistan, l’Unama non è riuscita a scalfire l’indifferenza del regime verso diritti come l’accesso al cibo e all’istruzione, si legge nel rapporto. “C’è poi un fattore che complica le cose”, aggiunge O’Donnel. “I donatori internazionali non vogliono dare risorse ai taliban e passano attraverso canali non governativi. L’Onu ne assorbe la maggior parte a scapito delle piccole ong”, aggiunge. La crisi umanitaria in Afghanistan è aggravata dal congelamento delle riserve afgane decisa dal governo statunitense. Il Washington Post scrive che, dopo il sisma, alti funzionari dell’amministrazione Biden hanno cominciato a trattare con i taliban per creare un meccanismo attraverso cui il governo afgano potrà usare i fondi, in modo controllato, per far fronte alla crisi alimentare. ◆


Due giorni dopo il terremoto, la maggior parte degli abitanti intervistati non aveva ancora ricevuto alcun aiuto. Come sempre nei casi di emergenza, hanno dovuto arrangiarsi da soli. Gli abitanti dei villaggi dei distretti vicini, dove le case sono rimaste intatte, hanno guidato le operazioni di soccorso per salvare chi era rimasto intrappolato sotto le macerie, scavando quasi a mani nude, e hanno procurato teli di lino bianco per la sepoltura di centinaia di cadaveri. Hanno trasportato i feriti più gravi in ospedali a diverse ore di macchina. Parenti da tutta la provincia hanno portato pane, riso e teli di plastica per allestire dei rifugi temporanei. Persone sconvolte si aggiravano tra le macerie delle loro case, nel disperato tentativo di recuperare il possibile.

Dopo aver risalito il letto sinuoso di un fiume dal punto di distribuzione degli aiuti, Sharif, 25 anni, comincia a frugare tra le rovine della sua casa alla ricerca di stoviglie e cibo. Si ritiene fortunato. Tutti i suoi familiari sono sopravvissuti: alle prime scosse lui si è svegliato e ha detto a tutti di scappare in cortile, come gli hanno insegnato i genitori da piccolo. “Ci dicevano che in caso di forti piogge o grandine dovevamo restare in casa al sicuro, ma se la terra cominciava a tremare dovevamo uscire”, racconta. Mentre si aggira tra le macerie, però, lo assale la disperazione.

Da due anni guadagnava giusto il necessario per comprare da mangiare dopo che, a causa della pandemia, il padre non è più potuto andare a lavorare in Arabia Saudita, come faceva da decenni per mantenere la famiglia. Anche dopo l’allentamento delle restrizioni, i taliban hanno aumentato il costo del visto, rendendolo inaccessibile. Insieme al fratello, Sharif ha cercato di racimolare un po’ di soldi vendendo legna da ardere, ma non è bastato. I negozianti hanno smesso di fargli credito e lui evitava di stare troppo tempo a casa perché le urla dei figli che chiedevano da mangiare gli spezzavano il cuore.

Dopo il terremoto Sharif ha costruito una piccola tenda per la famiglia, accanto pascolano le loro due mucche e le tre capre, mentre la moglie e i figli mettono ordine tra le poche pentole e padelle recuperate. “Dopo questo terremoto, ho perso completamente il controllo”, racconta Ali Marjana, 22 anni, moglie di Sharif, seduta per terra nel loro rifugio di fortuna. “Non riesco a spiegarlo, non abbiamo da mangiare, niente soldi, nessun modo per guadagnarne”, ha aggiunto. “Guardateci, ora viviamo come animali”. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1467 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati