Il termine “frenologia” ha un sapore antico, sembra appartenere ai libri di storia. E sarebbe bello se l’umanità si fosse lasciata alle spalle una volta per tutte la pratica di giudicare il valore delle persone sulla base delle dimensioni e della forma del cranio. Ma purtroppo non è così.

Negli ultimi anni gli algoritmi dell’apprendimento automatico hanno promesso a governi e aziende che avrebbero ricavato una serie d’informazioni dall’aspetto fisico delle persone. Ora alcune startup sostengono di poter usare l’intelligenza artificiale per aiutare i datori di lavoro a capire il carattere dei potenziali dipendenti basandosi sulle loro espressioni facciali. Il governo cinese è stato tra i primi a usare le telecamere di sorveglianza per individuare le minoranze etniche. Sempre in Cina alcune scuole puniscono gli alunni distratti, smascherati da videocamere di controllo in grado di cogliere le minime variazioni delle espressioni facciali, come la contrazione di un sopracciglio.

“Fisionomie di criminali russe”, Cesare Lombroso, 1893  (Per gentile concessione della Wellcome Collection)

Le teorie di Lombroso

Qualche anno fa i ricercatori cinesi Xiaolin Wu e Xi Zhang hanno annunciato di aver addestrato un algoritmo a individuare i criminali dalla forma del viso, con un’accuratezza dell’89,5 per cento. Certo, non si sono spinti fino a sottoscrivere le idee su fisiognomica e carattere che circolavano nell’ottocento, basate sulle teorie del criminologo italiano Cesare Lombroso, secondo il quale i criminali sono bestie subumane riconoscibili dalla fronte sfuggente e dal naso adunco. Ma il loro tentativo d’individuare i tratti del viso associati alla delinquenza s’ispira al metodo della “composizione fotografica” messo a punto dal versatile studioso di epoca vittoriana Francis Galton, che sovrapponeva i volti di persone di specifiche categorie per individuare gli elementi indicativi di salute, malattia, bellezza e attitudine a delinquere. Oggi gli esperti di tecnologia definiscono i nuovi esperimenti “frenologia a tutti gli effetti”, associandoli all’eugenetica, la pseudoscienza che persegue il miglioramento della specie umana incoraggiando la riproduzione dei soggetti considerati più forti.

Ma quando paragoniamo gli algoritmi all’antica frenologia, stiamo dicendo che il metodo è scientificamente sbagliato o che è moralmente sbagliato usarlo? Le critiche alla frenologia hanno una lunga storia. La critica filosofica è da sempre intrecciata a quella scientifica, anche se il loro rapporto è cambiato nel corso del tempo. Nell’ottocento i critici contestavano l’idea che diverse funzioni psichiche fossero associate a diverse aree del cervello, considerandola eretica perché metteva in discussione l’unità dell’anima. Ma a parte questo, il tentativo di determinare carattere e intelligenza basandosi sulle dimensioni e la forma del cranio non era percepito come moralmente sbagliato. Oggi, invece, l’idea che le funzioni cognitive siano localizzate in precisi circuiti cerebrali è un assunto standard della neuroscienza.

Sia la vecchia sia la nuova frenologia sono state criticate per i metodi approssimativi. Nello studio cinese sull’attitudine a delinquere i dati provenivano da due fonti molto diverse: le foto segnaletiche di detenuti e quelle di lavoratori prese da siti aziendali. Già questo potrebbe spiegare la capacità dell’algoritmo d’individuare differenze tra i due gruppi. In una nuova prefazione allo studio, i ricercatori hanno ammesso che è stato un errore considerare una condanna sinonimo di delinquenza, ma si sono detti sconcertati dall’indignazione dell’opinione pubblica per una ricerca pensata per un “dibattito puramente accademico”.

Ma ha senso reinventare la fisiognomica per un “dibattito puramente accademico”? Si potrebbe empiricamente obiettare che gli eugenisti del passato, come Galton e Lombroso, non sono riusciti a individuare tratti facciali associati alla delinquenza per il semplice motivo che non esistono.

Reinventare la fisiognomica, però, non è sbagliato solo perché è stata già sperimentata in passato senza successo. Il vero problema è che il vicolo cieco scientifico che si vuole resuscitare è nato per rafforzare società coloniali e classiste, e l’unica cosa che è in grado di misurare è il grado di razzismo di quelle società. Diventa quindi difficile giustificare il suo ritorno, fosse anche solo per curiosità. ◆ sdf

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Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale, a pagina 93. Compra questo numero | Abbonati