“La prima volta che sono stato sul monte Athos era il 1977. Avevo undici anni. Ero andato in pellegrinaggio come ho fatto in seguito molte altre volte. In quelle occasioni scattavo qualche foto, ma il mio progetto ha veramente preso corpo a gennaio del 2008 ed è finito a dicembre del 2012, dopo trenta viaggi e duecento giorni e notti trascorsi sul posto. A settembre del 2014 è uscito il primo libro e ho fatto la mia prima mostra. Poi ci sono state molte presentazioni, sia in Grecia sia all’estero. Nel 2018 ci sono tornato per dieci giorni e ho scattato altre foto. Così è nata la nuova edizione del libro, in cui sono state inserite le ultime immagini. Ora posso dire che il progetto è davvero finito”.
Stratos Kalafatis sintetizza sobriamente così un’avventura fotografica che ha prodotto un insieme unico, al tempo stesso documentario, poetico e ispirato. Nelle sue immagini, in cui riflette profondamente sull’uso del colore, racconta in maniera originale una storia che a prima vista può non sembrare tale, offrendo una ricostruzione della sua esperienza come strumento per superarla.
Lo Stato monastico autonomo del monte Athos, chiamato anche la Santa montagna, si trova nel nord della Grecia. Circondato dal mar Egeo e abbarbicato sul monte Athos spesso coperto di neve, ospita venti monasteri, con vari villaggi e abitazioni che ne dipendono. Tremila monaci ortodossi greci, bulgari, romeni, russi, serbi e di altre nazionalità, che conducono una vita ritirata, d’introspezione e di preghiera, abitano in questo luogo, spesso soprannominato il “Tibet cristiano”. La regione, considerata la culla spirituale della religione ortodossa, beneficia dal 1054 di uno statuto speciale di autonomia. Un governatore, nominato dallo stato greco, si occupa delle questioni amministrative e giudiziarie. Tutti i monaci hanno gli stessi diritti. Quelli di origine straniera hanno automaticamente diritto alla nazionalità greca. In cambio gli viene chiesto d’imparare il greco. La repubblica non paga tasse e i monaci non sono sottoposti a censimento. Per fare in modo che il posto rimanga tranquillo e isolato, l’accesso è possibile solo con un lasciapassare che viene rilasciato a Salonicco, dopo aver presentato una lettera di motivazione. Ma anche così si stima che ogni anno arrivino 35mila persone da tutto il mondo per visitare questo luogo, diventato patrimonio dell’umanità dell’Unesco nel 1988. Solo gli uomini sono ammessi perché “qualunque creatura femminile” potrebbe indurre in tentazione i monaci. Il divieto riguarda solo le “creature domestiche vertebrate”, con due eccezioni: le galline (per le uova, usate in cucina e per la pittura delle icone) e le gatte (per cacciare i topi). Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e i cambiamenti avvenuti nei paesi del blocco orientale, i monaci ortodossi sono giunti così numerosi sul monte Athos che è stato necessario prendere una decisione radicale: limitare al 10 per cento il numero dei nuovi arrivati e condizionare la loro presenza alla conoscenza del greco, la lingua ufficiale della comunità.
Uno sguardo dall’interno
Il posto da sempre attira molti fotografi. Sono stati realizzati numerosi lavori documentari in bianco e nero e reportage a colori, soprattutto di viaggio. La posizione geografica, le grotte, la vegetazione mediterranea, i monaci vestiti di nero, rendono il luogo molto fotogenico. Ma molte di queste immagini sono per lo più descrittive, superficiali, sono il ricordo di viaggiatori e visitatori. L’approccio di Kalafatis invece è diverso. Il suo punto di vista intimo e profondo gli ha richiesto molto tempo: “Il monte Athos è difficile da fotografare non perché resiste al carattere profano della fotografia, ma perché ha bisogno di tempo per essere rivelato. È nascosto dietro una semiotica pittoresca, una tenerezza folcloristica e storie miracolose. È uno scenario silenzioso e misterioso, che armonizza il passato con il presente, la tradizione con la libertà, la potenza con la debolezza, l’oscurità con la luce”.
L’approccio del fotografo, che lavora in pellicola, è incentrato sull’uso del colore, con cui accentua il modo in cui la luce forte del luogo modula le diverse tonalità. Una scelta coerente con gli altri lavori, tra cui Journal o la serie intitolata Archipelagos dedicata al mare, in cui mostra tutte le gradazioni del blu fino ai toni notturni, e la sua capacità di superare l’aspetto descrittivo per esaltare la bellezza, il senso di serenità e la spiritualità. Una scelta che coincide in maniera evidente e naturale con la sua poetica di viaggiatore attento e rispettoso del monte Athos, e sempre disposto a lasciarsi sorprendere. “Non ci sono grandi strade sul monte Athos, solo sentieri polverosi dove ogni curva conduce sempre a qualcosa d’imprevisto. Sono tragitti misteriosi che portano verso i monasteri, i pozzi e le grotte, fino ai piccoli ritiri, alle celle e alla vera vita degli eremiti”. Nel percorso scelto dal fotografo s’incrociano personaggi e monaci di tutte le età, dall’anziano con la barba dal volto segnato all’adolescente dalla pelle liscia e fuori dal tempo. Tutti sono ritratti con tenerezza, amicizia, rispetto e a volte con dolcezza, come quando un ragazzo vestito di nero tende la mano verso una farfalla dai riflessi dorati.
Oppure si può seguire il percorso visivo in cui le croci sono al tempo stesso un simbolo di unione e un filo conduttore: crocifissi di ogni natura, ma anche croci proiettate dalla luce attraverso una porta aperta, una croce rossa frettolosamente dipinta su un muro, una croce incisa. Poi ci sono i paesaggi, bruciati dal sole o circondati dalla nebbia, con i cipressi avvolti dal grigio che offusca l’intensità del verde delle loro fronde. Un verde che si fa più morbido sui pendii delicati e più ruvido sui cactus aggressivi. Ogni tanto ci sono le rocce che si aprono sul mar Egeo; i dettagli, come quelli degli affreschi, alcuni raffinati, altri grossolani, ma sinceri; gli interni delle celle, a volte spogli, a volte lussuosi, sempre diversi. È come un insieme di ricordi, sospesi e perennemente presenti. Non c’è nulla di descrittivo o informativo nelle foto di Kalafatis, nel momento in cui riesce a cogliere con la giusta distanza una luce misteriosa che sembra provenire dall’interno delle immagini stesse.
“A volte ero un osservatore, altre – come durante le preghiere, le celebrazioni, le veglie, le discussioni teologiche, le feste dei santi – ero un iniziato. In fin dei conti le immagini erano solo un pretesto, l’obiettivo ultimo del mio lavoro era la Santa montagna. Gli intensi ricordi e il persistere delle mie impressioni mi hanno spinto a tornare”. ◆ _ adr_
◆ Stratos Kalafatis è nato a Kavala nel 1966 e vive a Salonicco. Il suo lavoro fa parte della mostra Six greek artists esposta alla galleria Bernier/Eliades di Bruxelles fino al 18 luglio. Kalafatis ha pubblicato quattro libri con Agra Publications: Archetypal images (1999), Omonoia 2000 (2000), Journal (2004), Athos/The colors of faith (2014). Dal 2002 tiene corsi di fotografia in Grecia e all’estero. Il suo lavoro è stato esposto in numerosi eventi internazionali tra cui la Biennale di architettura di Venezia e la Triennale di Tampere in Finlandia.
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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati