Il Romaeuropa Festival del 2022 si è chiuso all’auditorium Parco della musica Ennio Morricone con un adattamento di Einstein on the beach, l’opera discontinua composta da Philip Glass con la regia di Robert Wilson incentrata sulle permutazioni elettromagnetiche del mondo. La versione romana è stata di tre ore, rispetto alle cinque originali, ed eseguita da Ictus, un ensemble belga, dal coro barocco Collegium Vocale Gent e da Suzanne Vega nella parte dell’oracolo cantastorie.

È stata una rarità: in più di vent’anni, quest’opera anomala è stata eseguita poche volte per via dei costi e dello sforzo virtuosistico richiesto ai coristi, che eseguono sequenze ripetute in cui nominano le note cantate e i numeri 1, 2, 3 e 4 in forsennati saliscendi.

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Oggi però Einstein on the beach non suscita più le offese degli esordi. Nella musica contemporanea c’è familiarità con la programmazione elettronica, che nel 1975 era ancora ferma a un piano congetturale. La ripetitività robotica e la deflagrazione sonica voluta da Glass erano un futuro che poteva anche non sostanziarsi, mentre oggi assumono un aspetto quasi fossile: per tanti motivi, quella di Roma è stata una performance archeologica, con Suzanne Vega a guidare gli scavi. Einstein on the beach fa riflettere su come oggi stiamo usando la ripetitività: nella trap è uno strumento per sedarsi, un agente di trasformazione ma non di espansione di sé. Invece i musicisti sul palco si sono davvero superati, diventando figure Marvel o DC che emergono dalla sabbia e rivelano la musica come potere speciale. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1488 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati