“Per la prima volta in settant’anni in Emilia-Romagna c’è stata partita. Sono felice anche se perdo”. La sera del 26 gennaio, quando ha commentato i risultati delle elezioni regionali, il leader della Lega Matteo Salvini ha fatto buon viso a cattivo gioco. Aveva appena saputo che il suo partito non aveva espugnato la storica fortezza rossa dell’Emilia-Romagna.
Salvini aveva cercato di trasformare il voto regionale in un referendum sulla politica nazionale, nel tentativo di dare la spallata decisiva alla traballante coalizione di governo tra Partito democratico (Pd) e Movimento 5 stelle, e andare così alle elezioni anticipate. Ma per il tanto atteso sfondamento della Lega bisognerà aspettare. Il presidente in carica dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, ha ottenuto il 51,4 per cento dei voti, mentre Lucia Borgonzoni, candidata della Lega, si è fermata al 43,6 per cento: un distacco più ampio di quanto avessero anticipato i sondaggi.
Il sollievo del centrosinistra per il risultato in Emilia-Romagna è palpabile. Un articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica dopo il voto titolava: “Stalingrado non è caduta”. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha sottolineato che il governo nazionale esce rafforzato da questo voto e ha ringraziato il movimento delle sardine, le cui manifestazioni degli ultimi mesi hanno coinvolto tutta la regione e il resto dell’Italia in una dimostrazione di opposizione civica a Salvini.
Meriti personali
Oltre che alle sardine, ormai diventate una forza politica, gran parte del merito della vittoria in Emilia-Romagna va a Bonaccini. Il presidente in carica ha basato la sua campagna elettorale sui risultati che lo hanno reso uno dei governatori più popolari del paese e ha insistito su temi locali come gli asili nido gratuiti e il miglioramento dei trasporti scolastici. Le diverse liste che hanno sostenuto la sua candidatura (dai Verdi a Italia Viva di Matteo Renzi) hanno ottenuto complessivamente il 48,2 per cento dei voti, ma Bonaccini ha conquistato anche la fiducia di 150mila elettori che non hanno votato nessun partito di centrosinistra. Un contrasto netto con Borgonzoni, la cui campagna elettorale è stata dominata da Salvini.
Il tono celebrativo dei leader del Pd è impressionante, visto che per tradizione l’Emilia-Romagna è stata sempre la più impenetrabile delle fortezze amministrate dalle giunte di sinistra. Non è un caso che il primo partito socialista d’Italia, il Partito socialista rivoluzionario italiano, fu fondato nel 1881 in Romagna.
Dalla nascita dei primi governi regionali, nel 1970, l’Emilia-Romagna è sempre stata amministrata dal Partito comunista italiano (Pci) e poi dai vari partiti di sinistra che si sono succeduti fino all’arrivo del Pd. La forza del Pci si basava su una rete associativa legata ai sindacati, alle cooperative, alle aziende municipali e ai fondi mutualistici. Ma negli ultimi decenni queste strutture si sono indebolite, permettendo alla Lega di costruire una base elettorale nei centri della regione. Nel 2019 in comuni ricchi come Ferrara e Forlì hanno vinto sindaci sostenuti dalla Lega e dal centrodestra.
In realtà, la minaccia principale per Bonaccini non era tanto il possibile avvicinamento alla Lega della classe operaia delusa dalla sinistra (un fenomeno ampiamente sopravvalutato), ma l’eventualità di una scarsa affluenza alle urne a causa della disillusione degli elettori. Era già successo nel 2014, quando aveva votato appena il 37,8 per cento degli aventi diritto.
L’anello debole
Questa volta, però, il clima conflittuale ha mobilitato i cittadini. L’affluenza è stata quasi il doppio rispetto alle ultime elezioni regionali, un chiaro segno della grande importanza attribuita alla sfida sia dal movimento delle sardine sia da Matteo Salvini. Nonostante questo, il 67, 7 per cento di partecipazione è comunque il secondo risultato più basso di sempre nella regione: il milione di voti ottenuti dalla coalizione guidata dalla Lega è stato inferiore ai voti conquistati dalla coalizione di centrodestra nel 2000.
Sotto la guida di Salvini il blocco di destra si è radicalizzato, allineandosi sempre di più con le posizioni della Lega. Solo in alcune regioni del sud come la Calabria – dove il 26 gennaio la candidata di Silvio Berlusconi, Jole Santelli, ha ottenuto una maggioranza schiacciante – la Lega non è il primo partito della destra. Il risultato delle elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria dimostra che la politica “né di sinistra né di destra” è in declino. Il Movimento 5 stelle, che alle elezioni politiche del 2018 era stato il primo partito in Emilia-Romagna con il 27,5 per cento dei voti, è crollato al 4,7 per cento. La crisi dei cinquestelle è confermata anche dalle elezioni in Calabria, dove il movimento non è andato oltre il 6,2 per cento.
Lanciato nel 2007 a Bologna nella chiassosa atmosfera del Vaffanculo day, il Movimento 5 stelle conserva il maggior numero di parlamentari in entrambe le camere del parlamento, ma sta evidentemente attraversando una crisi che potrebbe essere fatale. Pur avendo dominato le trattative per la formazione degli ultimi due governi grazie al 32,7 per cento ottenuto alle elezioni del 2018, i cinquestelle sono stati l’anello debole di tutte e due le coalizioni perché hanno dimostrato di non avere né una chiara identità politica né degli obiettivi programmatici. È successo sia nel 2018, in occasione della formazione del governo con la Lega dominato da Salvini, sia quando nel 2019, dopo il tentativo fallimentare del leader della Lega di andare alle elezioni anticipate, i cinquestelle hanno formato il governo con il Pd. Poi lo scorso ottobre i cinquestelle hanno provato a unirsi al blocco di centrosinistra alle elezioni regionali in Umbria, ma hanno ottenuto un irrisorio 7,4 per cento. Come se non bastasse, il movimento sta anche perdendo diversi senatori che sono passati alla Lega.
In vista del voto regionale del 26 gennaio, Salvini aveva promesso che una volta conquistata l’Emilia-Romagna avrebbe chiesto le dimissioni del presidente del consiglio Giuseppe Conte. Una vittoria della Lega, in effetti, avrebbe assestato un colpo durissimo alla coalizione tra il Pd e i cinquestelle, anche se probabilmente non avrebbe portato a elezioni anticipate, visto che nessuno dei partiti della coalizione di governo le vuole. Il 26 gennaio Zingaretti ha detto che la coalizione esce rafforzata dal voto regionale. Ma la battuta d’arresto dei cinquestelle è un fattore destabilizzante. Solo pochi giorni prima, il 22 gennaio, il ministro degli esteri Luigi Di Maio si era dimesso da capo politico del movimento, dando il via a un processo di successione che appare ancora poco chiaro.
Oggi la politica italiana è divisa tra un centrosinistra e un’estrema destra rafforzata. In mezzo c’è un partito che non può più vantare le sue credenziali “antisistema” e che sente il cerchio stringersi intorno a sé. ◆as
David Broder è uno storico britannico
ed è redattore europeo di Jacobin.
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Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati