“Io sono per respingere nettamente questo concetto che la noia e la fatica abbiano un qualsiasi valore pedagogico: lo sforzo sì, mettere in moto le energie, ma la noia e la fatica no, non sono educative”. Sono parole del 1962 – sessant’anni fa – e appartengono a Bruno Ciari, pedagogista. Vengono da un dibattito lungo sull’insegnamento che è ancora vivo e vegeto. Le ho trovate citate in Il passero coraggioso. Cipì, Mario Lodi e la scuola democratica di Vanessa Roghi (Laterza 2022), libro utile di ottima lettura su cui mi propongo di tornare. Ma per ora stiamo alle parole “noia”, “fatica”, “sforzo”. La scuola attua da sempre la pedagogia della noia e della fatica. Insegnanti sgobbano annoiandosi e annoiano sgobbando. Formano studenti che, a loro volta, sgobbano annoiandosi e annoiano sgobbando. Questi, poi, diventano genitori e insegnanti per i quali la scuola non è seria se non si insegna e si studia sgobbando e annoiando. Spezzare questo circolo è risultato, nell’ultimo secolo, tanto coraggioso quanto fallimentare. La pedagogia dello sforzo – mettere in moto energie, imparare tutti insieme a farlo – richiede non una semicolta diligenza rutiniera, ma un’intelligenza vigile, inventiva, continuamente coltivata. A essa non siamo addestrati e perciò abbiamo ridotto a noia e fatica anche il meglio della pedagogia dello sforzo. Anche per questo il mondo va storto.

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati