Il recente caso del bambino costretto a scendere dall’autobus nella neve perché non in possesso del biglietto giusto mi induce a riconsiderare gli effetti del lavoro sulla mente. Ne parla Marx in Manoscritti economico-filosofici del 1844 , in cui introduce il concetto di alienazione del lavoratore nel sistema capitalistico. Su questo punto mi sembra che il suo pensiero resti fin troppo attuale. Non si tratta di lavoro libero e creativo, parliamo delle condizioni stressanti in cui si trova a operare, per esempio, un addetto al trasporto pubblico locale, come l’autista che ha preteso dal bambino che ne era sprovvisto il ticket aumentato di quattro volte in vista delle Olimpiadi invernali, anche per i residenti, anche per gli studenti. Sospeso, si è poi scusato parlando di una giornata durissima. Giustificarlo non è facile, ma penso e ripenso a quel cortocircuito che talvolta scatta in una testa sovraffollata. All’estrema difesa dagli stimoli che si manifesta come adesione rigida e acritica a un regolamento magari insensato. Si può perdere il contatto con chi si ha davanti, con il proprio restare umani. La pretesa di quell’assurdo biglietto da 10 euro brucia la capacità di vedere l’altro nei suoi bisogni, nella sua difficoltà. Ma davanti a un bambino, specchio vivente di quello che ciascuno di noi è stato, dovrebbe vincere l’amore. Un bambino è sacro, è la vita che ritorna sempre.

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati