I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana Eva-Kristin Urestad Pedersen, freelance norvegese.

La cosa che più mi è piaciuta del libro di Gilda Policastro è il linguaggio. La scrittrice ha scritto quasi duecento pagine senza cambiare mai tono. Non importa se parla degli ultimi giorni di Malvasia, la vittima protagonista, delle indagini condotte dalla coppia di poliziotti che portano avanti la trama, o descrive Napoli. Sembra sempre che stia dettando le previsioni del tempo di domani. C’è un certo distacco in quel linguaggio, un distacco che inevitabilmente ci porta più vicini alla storia raccontata. L’altra cosa che mi è piaciuta sono le descrizioni di Napoli. “Napoli dopo Berlino è una città del terzo mondo. Si aspetta quella che chiamano metropolitana, ed è un treno, per un tempo mai indicato, sembra per forza più lungo. Entrano in massa, ti pestano senza scusarsi. Sei nella fiumana e non vedi che una direzione possibile, quella della calca che si scompone come le molecole dell’acqua a contatto con una superficie porosa”.

Non lo leggete se siete in cerca di un giallo. La parte di Malvasia è un albero che cresce intorno a un mistero, sì, ma il mistero non è la radice del romanzo. Il libro di Gilda Policastro è un romanzo con molto carattere che rifiuta le nostre solite categorizzazioni. Così come lo era, probabilmente, la stessa Malvasia.

Questo articolo è uscito sul numero 1433 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati