La riedizione in un unico, elegante volume di questo classico del fumetto d’autore degli anni duemila è da non perdere. Dopo il parzialmente autobiografico Il riduttore di velocità, Christophe Blain ci porta in un generico settecento antecedente alla rivoluzione francese. L’epopea del pittore squattrinato che diventa involontariamente pirata è quella di un essere umano che trasforma suo malgrado la propria vita e quella altrui in un movimento incessante, reversibile e incontrollato. Come una meccanica segreta che però non ha nulla della vile meccanica che Benedetto Croce rimproverava alla scienza. Tutto qui è trasformazione, o per meglio dire, trasfigurazione. Grazie al notevole segno grafico di Blain, il Sudamerica, i grandi ghiacci, Parigi, diventano “altro”, anche per merito dei colori di Walter e Yuka che rafforzano le atmosfere tenebrose del disegnatore. Altri mondi nascosti nella realtà, questo ci rivela Blain. Se ci sono fumetti da leggere nel silenzio della notte, questo ne è il paradigma. I burattini delle tenebre di Blain, spesso dai lunghi nasi, vogliono sempre fare qualcosa di grande ma che è troppo grande per loro. All’autore interessa solo in parte il romanzo storico. Piuttosto, reinventa quello picaresco perché punta soprattutto alla forma poetica di un’epoca e dei suoi sogni. E a quella del fumetto stesso, fatto di burattini di carta. Forme segrete e sempre mutevoli, celate nell’oscurità. Francesco Boille

Questo articolo è uscito sul numero 1429 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati