La pubblicazione di un racconto inedito di Sergio Toppi, uno dei grandi del fumetto italiano d’autore dal segno realista degli anni settanta e ottanta, va segnalata a prescindere. Oltre al racconto in questione, Transiberiana, del 2011, il volume contiene Kas-Cej, del 1984, e Ogoniok, del 1992, tutti ambientati nella taiga russa all’epoca degli zar. Anche se non sono i capolavori di Toppi, sono tre racconti magici che racchiudono le fasi della sua opera, segnata da uno scontro, sotterraneo ma preciso, tra arcaico e modernità prima, e arcaico e postmoderno dopo. Le narrazioni postmoderne divorano la grandezza e il senso della gravità del mito antico, a cominciare dalla dimensione ieratica, veicolo di qualcosa di inconoscibile e metafisico. In questi tre racconti a metà tra parabola antica e rilettura del mito, ricorrono le velleità dell’aristocrazia russa e della cultura bianca di cui si fa beffe il mondo ancestrale, maligno ma sapiente, spesso sotto forma di cantastorie, menestrelli o sciamani. Ma “lo stregone del fumetto”, evidenziando con sottile ironia quanto siano risibili e insieme devastanti civiltà e progresso, al pari delle chimere inseguite dai poveri, rivela che nel postmoderno la dimensione comica alla fine schiaccia tutto. Resta il segno minerario dell’autore, sul quale germina ogni cosa, a ricordare la grandezza del mondo passato che guarda svanire un mondo bianco che si credeva evoluto.

Francesco Boille

Questo articolo è uscito sul numero 1437 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati