Esistono autori che hanno indagato la perdita di senso della temporalità, intesa come caduta del percorso progressivo della storia umana, partendo dall’intimo, dalla quotidianità più banale. Come in questo caso. Ma con l’intento di ritrovare un qualche senso a questa perdita. Infatti, contrariamente a tanta letteratura e cinema – si pensi a Nanni Moretti – nel fumetto d’autore nordamericano, dallo statunitense Chris Ware al canadese Seth, il rifugiarsi nell’intimo come bimbi sperduti nella foresta di una storia umana che pare giunta al suo punto terminale ha corrisposto a un’indagine dell’uomo nel tempo di altissima finezza narrativa e visiva. Jordan Crane, tradotto per la prima volta, firma un graphic novel di svolta che ha richiesto vent’anni di lavoro. Immergendoci in un costante verdolino amniotico, uterino, l’opera infonde grande serenità senza risultare fasulla, consolatoria. Liquido amniotico che racchiude però anche i miasmi delle paranoie e dei veleni annidati nei rapporti amorosi, i suoi possibili fantasmi. In questa giungla appassionante di frammenti di sogni, immaginazione, paranoie, paure, ricordi, e dove frammenti di realtà prosaica incorniciano il tutto, alla fine la perdita di senso del mondo reale, che coinvolge perfino il senso veicolato dal segno grafico, produce l’opposto: il sogno si unisce all’inconscio nel punto in cui irrealtà e realtà s’incrociano, e il verde uterino fiorisce in un’aurora paradisiaca che si fa reale.

Francesco Boille

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati