Vicino a una discarica di Palermo si apre una porta sul passato, l’unico indizio è la targhetta di un campanello su cui è riportato un nome importante. Al citofono risponde una voce gentile, poi il cancello verde di ferro si apre lentamente. Un viale costeggiato da pini, cipressi e una palma porta verso un giardino, quasi un parco. Sulla sinistra ci sono i resti di un acquedotto progettato dagli ingegneri arabi per portare a Palermo l’acqua delle montagne. Ogni cosa è ben curata: le piante grasse, i piccoli appezzamenti di terra coltivata e l’uliveto. Un paesaggio idilliaco circondato da condomini anni settanta.

In fondo al giardino una delle poche testimonianze dell’epoca in cui l’isola più grande del Mediterraneo era la terra di architetti, ingegneri, contadini, filosofi, poeti e giuristi musulmani. Greci e romani hanno lasciato templi, anfiteatri e ville, ma le moschee e i palazzi costruiti dai musulmani sono difficili da trovare.

A farci strada è la principessa Ifigenia: il giardino dietro il cancello verde è suo. Ifigenia ci guida attraverso la tenuta seguita da Diego, il suo labrador. La donna ha circa settant’anni e indossa una maglietta e un golf marrone, l’informale abbigliamento da giardino di una nobildonna. Sul suo viso le tracce dei lunghi anni trascorsi a lavorare come infermiera. La caratterizza anche una simpatica testardaggine: molto tempo fa ha rifiutato le offerte degli investitori che su questo terreno avrebbero voluto edificare cinquecento appartamenti, ma Ifigenia ha preferito tenersi il giardino.

Dietro al carrubo c’è il castello della Zisa, un tempo proprietà dei suoi antenati, la famiglia nobile dei Notarbartolo di Sciara e Castelreale. La dinastia non è riuscita a mantenere la proprietà del palazzo – costruito ottocento anni fa – che nel 1955 è passato allo stato. “Da bambina ci andavo a trovare mia nonna. Era buio e piuttosto malandato”, racconta Ifigenia Notarbartolo.

Il castello è diventato un museo. Fa parte della Palermo arabo-normanna e l’Unesco l’ha dichiarato patrimonio dell’umanità. La residenza estiva “buia e malandata” è stata restaurata, valorizzandone le bellezze nascoste, come le iscrizioni arabe nell’opera muraria o i giochi d’acqua nella sala delle udienze. Un tempo era una sorta di castello Sanssouci in stile siculo-normanno, circondato da un parco che si estendeva per chilometri.

Sono stati i musulmani, nei 250 anni in cui hanno governato Palermo, a trasformare questa città di provincia dell’impero bizantino in una metropoli mediterranea, paragonabile ai maggiori centri dell’epoca: Damasco, Baghdad e Gerusalemme. Secondo il diario di un viaggiatore dell’epoca, Palermo “superava per grandezza” Il Cairo. Anche quando i normanni riconquistarono l’isola in nome del papa e della cristianità, i musulmani conservarono posizioni chiave nelle istituzioni. L’epoca del loro dominio è considerata da molti il periodo di massimo splendore nella storia siciliana, in cui hanno convissuto culture e religioni diverse.

Intorno al 1185 il poeta arabo Ibn Jubayr, visitando Palermo, osservò che “in questa città i musulmani hanno buona cura della maggior parte delle moschee. Al canto del muezzin recitano le loro preghiere”.

Arrivano i normanni

Ma che ne è stato delle trecento moschee del capoluogo siciliano citate dai viaggiatori dell’epoca? Perché qui e nel resto dell’isola l’antica cultura musulmana della Sicilia sembra scomparsa?

In Sicilia non c’è nulla di simile all’Alhambra, il magnifico complesso che testimonia il dominio moro e berbero dell’Andalusia. Qui a Palermo e in altre città l’eredità islamica è nascosta, ma c’è: bisogna scavare per liberare gli strati inferiori, studiare le influenze arabe sulla lingua, sui costumi, sulle festività, sui canti, sull’agricoltura e sui cibi.

Un buon punto di partenza è Mazara del Vallo, sulla costa sudoccidentale dell’isola. Francesco Adamo, archeologo di 33 anni, ci indica la statua di un santo davanti alla cattedrale, in centro. “Qui un tempo c’era un minareto. Dopo la caduta dei musulmani i normanni lo hanno trasformato in un campanile”, dice. Adamo ci porta tra vicoli e cortili che ricordano una kasbah simile a quella di Marrakech, in Marocco. “I nordafricani ricostruirono un ambiente simile a quello di casa loro”.

Nel corso dei secoli altre costruzioni hanno sostituito la maggior parte delle case della kasbah, ma scavando Adamo e la sua squadra hanno trovato molte loro tracce. “Abbiamo scoperto un antico bazar, poco lontano le fondamenta di una moschea”, dice nel corso del nostro giro, “e anche resti che fanno pensare a edifici termali”.

Il 16 giugno 827 una flotta di musulmani sbarcò vicino a Mazara del Vallo. All’epoca era una località di scarsa importanza, con una costa difficilmente accessibile. È forse per questo che gli strateghi dell’impero romano d’oriente, di cui la Sicilia faceva parte, non si erano preoccupati di proteggerla. Fu da lì che gli invasori nordafricani avviarono la loro campagna di conquista, che fu anche una sorta di enorme programma di aiuti allo sviluppo.

“I musulmani in Sicilia hanno portato innovazioni grandiose”, spiega Adamo, “non solo legate alla scienza, alla medicina e alla giurisprudenza, ma anche e soprattutto riguardo all’agricoltura”. Durante una gita fuori città ci mostra le uniche costruzioni sopravvissute: un pozzo sormontato da una piccola cupola di pietra e una sorta di meccanismo idraulico, una “senia”, che serviva a distribuire l’acqua attraverso un sistema di canalizzazione a forma di stella.

“Nordafricani e arabi hanno portato le tecniche d’irrigazione che usavano nel deserto. Fu una rivoluzione agricola”, racconta l’archeologo. I musulmani introdussero anche nuove piante: aranci, limoni, albicocchi, pistacchi, carrubi, melanzane, zafferano e riso.

Il menù del Sultano

A tre ore e mezzo di macchina verso est c’è Ragusa, una città barocca. Ciccio Sultano, 51 anni, è il proprietario del ristorante Duomo, due stelle Michelin. Quando gli chiediamo cosa ne è stato dell’eredità musulmana, indica la montagna di fronte alla finestra: “I terrazzamenti sono opera degli arabi”.

Attraversando la Sicilia ci s’imbatte spesso in questi terrazzamenti sostenuti da muretti a secco. Sono appezzamenti stretti, faticosamente strappati a un terreno impervio per coltivare mandorli e ulivi. Sultano ha studiato le antiche tecniche agricole, prodotti alimentari e metodi di lavorazione usati dai musulmani in Sicilia.

Il suo interesse deriva anche dalla sua storia personale: “La mia famiglia è siciliana e il nostro è un cognome di origine araba. Perfino i nostri volti hanno tratti arabi”, racconta Sultano indicando il suo viso tondo. Agli occhi dello chef l’invasione dal Nordafrica è stata soprattutto una svolta epocale dal punto di vista culinario: “Per i romani la Sicilia era un granaio che finanziava le loro guerre”. E gli arabi? “Loro ci hanno regalato il gelato”.

Come si fa il gelato senza frigorifero e congelatore? “I musulmani prendevano la neve sull’Etna e la mischiavano al sale in un grande contenitore. Poi trasferivano il liquido gelido in un secondo contenitore in cui mescolavano succo di limone o di albicocca con lo zucchero. Grazie all’invenzione di questo sistema d’induzione fredda ottenevano un gelato che chiamavano sharab e che oggi è conosciuto in tutto il mondo con il nome di sorbetto”, spiega Sultano.

Per creare il suo menù Sultano ha studiato i dominatori stranieri che hanno governato la Sicilia nel corso dei millenni. “Ci hanno tolto tanto, ma ci hanno anche dato tanto”, racconta. È venuto fuori un menù con influenze cartaginesi, greche, asburgiche e piemontesi, orientali e nordafricane.

Attraversando Palermo e visitando il castello della Zisa si intuisce ancora come qui convivessero culture e religioni diverse

Per il tonno ripieno Sultano usa l’aglio rosso proveniente dalla Nubia, in Nordafrica. Inoltre, propone un piatto a base di couscous, con pistacchi e sorbetto di sedano, e un dessert a base di cardamomo, cannella e caffè. “È una ricetta originaria della Turchia, dove il caffè si serve aromatizzato”, spiega.

Palle di cotone ardente

Per gli emiri l’Etna, alto più di 3.300 metri e d’inverno coperto di neve, dev’essere stato affascinante, non solo per il ghiaccio con cui realizzare dolci delizie. “Una montagna che sputa fuoco brilla di notte. Con le eruzioni gli abitanti della zona possono fare a meno delle luci”, si legge in un resoconto di viaggio. Il vulcano erutta “palle di cotone ardenti”, recita un altro diario, “che cadendo in mare si trasformano in sassi neri e porosi da usare durante il bagno per sfregarsi i piedi”.

A Catania, sul versante orientale dell’Etna, è nata Etta Scollo, 63 anni, cantante. Guarda il sole di febbraio strizzando gli occhi dietro le lenti scure. Ci porta in giro per la città, che ha circa 2.700 anni di storia. Superiamo l’anfiteatro romano, le chiese barocche d’epoca borbonica e un convento.

Del periodo islamico non ci sono tracce. “Ogni altra cultura ha lasciato qualcosa”, osserva Etta Scollo. “Nel caso degli arabi, qualcosa emerge solo dalla lingua: il poco che possiamo ricostruire, lo ricostruiamo grazie ai testi che scrissero”.

Il giro finisce al castello Ursino, una fortezza fatta costruire intorno al 1240 da Federico II, imperatore della casata degli Hohenstaufen, nipote di Barbarossa, signore della Sicilia dopo arabi e normanni, spesso celebrato dalla storiografia come il re ideale, meraviglia del mondo, conoscitore di molte lingue, tra cui anche l’arabo. Scollo si è fatta un’idea meno idilliaca di Federico II: “Ha cacciato dalla Sicilia migliaia di arabi”.

Per il suo album, intitolato Il fiore splendente, qualche anno fa la cantante ha letto alcune poesie arabe composte in Sicilia mille anni fa, usando le traduzioni realizzate da poete e poeti contemporanei. Sono testi malinconici, che parlano di paure e di perdita: “Oh paradiso, dal quale fui cacciato”.

Nelle parole della cantante risuonano anche gli episodi violenti di quei secoli. Prima i normanni, che hanno strappato l’isola ai musulmani. Poi Federico II, che ha soffocato le rivolte mettendo fine con la forza all’epoca araba in Sicilia. “Le loro guerre hanno causato tanti morti”, racconta Scollo.

Di sicuro neanche l’invasione araba fu una missione di pace: prima di riuscire a sfondare a Mazara del Vallo, nell’827 i musulmani avevano già attaccato la Sicilia più volte e poi ci vollero novant’anni perché riuscissero a sottomettere completamente l’isola e a trasformare le chiese in moschee.

Eppure attraversando Palermo, visitando il castello della Zisa o il palazzo del dodicesimo secolo del re normanno Ruggero II – che ospita la cappella Palatina, capolavoro cristiano di architettura musulmana famoso in tutto il mondo, con inscrizioni latine, greche e arabe – s’intuisce ancora come qui convivessero culture e religioni diverse.

Sono stati i normanni a trasmettere quest’idea alle generazioni successive. È la storia scritta dai vincitori, che in realtà tolleravano i musulmani principalmente per pragmatismo. È probabile che gli sconfitti, voluti a corte dai nuovi signori come geografi, ingegneri e amministratori esperti, non la vedessero esattamente allo stesso modo. “Che dio ci restituisca Palermo”, scriveva a più riprese uno dei visitatori arabi nei suoi diari.

Ma può darsi che in Sicilia, un’isola che è stata così a lungo dominata da potenze straniere, le cose siano sempre andate così. Sull’isola si sovrappongono strati su strati: fenici, greci, romani, vandali, bizantini, arabi, normanni, tedeschi, spagnoli e infine piemontesi.

Intanto a Mazara del Vallo un nuovo strato è andato ad aggiungersi a quelli più antichi: negli anni settanta del novecento il settore della pesca è cresciuto e così molti pescatori tunisini sono arrivati in Sicilia, raggiunti poi dalle famiglie. Sono andati a vivere nelle case di quella kasbah che mille anni prima erano state costruite da altri nordafricani.

La storia si ripete

Naoires Ben Haddada, 23 anni, è figlia di un pescatore tunisino. “Quando ero adolescente farmi degli amici qui è stato molto difficile”, racconta. Anni fa i mazaresi mantenevano le distanze e guardavano con diffidenza le famiglie di nuovi arrivati.

E oggi? Di giorno Ben Haddada lavora nello studio di un commercialista, di sera gestisce un ristorante tunisino. E, tra una cosa e l’altra, si occupa dei bambini della kasbah in un centro gestito da suore missionarie francescane. “Voglio aiutare chi oggi affronta gli stessi problemi che ho affrontato io”, spiega.

Ben Haddada non parla della grande storia che si svolge tra Nordafrica e Sicilia. A segnarle la vita sono piuttosto i problemi economici e i conflitti in corso nel Mediterraneo: nel 2020 i militari libici hanno illegalmente sequestrato l’imbarcazione di suo padre in acque internazionali e lui ha passato 103 giorni nelle loro carceri.

I vecchi pescatori di Mazara sono andati in pensione, qualcuno se n’è tornato in Tunisia. La flotta di pescherecci si è ridotta e non offre più tanto lavoro ai figli e ai nipoti. C’è molta concorrenza con le imbarcazioni che salpano dalle coste nordafricane. Molti giovani se ne sono andati nell’Italia del nord o in Europa, per fare corsi di formazione o studiare all’università. Qui ci tornano solo per le vacanze.

Eppure Mazara del Vallo trabocca di nuovo di vita musulmana: nei vicoli risuona come un tempo il richiamo del muezzin. Nei locali gli uomini fumano il narghilè e sorseggiano il tè. Le tracce dell’antichità bisogna cercarle a lungo. Il futuro a Mazara del Vallo è incerto, ma il passato islamico è vivo e vegeto. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1457 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati