Nel febbraio 1943, a più di trecento chilometri a sudovest di Città del Messico, nel corso di un sisma di grande portata, si formò il vulcano Parícutin, uno dei più giovani oggi sulla Terra. A osservare il prodigio era presente Victor Serge, già militante anarchico, poi bolscevico attivo durante la rivoluzione russa, oppositore di Stalin, per questo imprigionato e, una volta liberato, approdato appunto in Messico dove sarebbe morto nel 1947.

In questo reportage (dato dal figlio di Serge a Goffredo Fofi, che lo pubblicò nel 1991 sulla rivista Linea d’ombra) con una narrazione ricca e libera, l’autore di Memorie di un rivoluzionario (e/o 2012) racconta gli effetti del movimento tellurico con lo sguardo dello spettatore di altre catastrofi. Comincia dai presagi, frequenti in quelle terre instabili, passa alle reazioni dei contadini, divisi tra chi parte e chi resta, poi il rapido formarsi di un luogo di pellegrinaggio turistico, con baracche che vendono birra e Coca-Cola, in cui tuttavia, intorno alle macerie dei villaggi distrutti, resta ancora qualcuno che riflette su come ricordare e pensare quell’apocalisse. Aggiungendo questo testo alla lunga serie di storie vere o d’invenzione in cui gli stravolgimenti della natura sono messi in relazione con quelli dell’umanità, Serge scrive: “Abbiamo bisogno di queste piccole esperienze cosmiche per rendere più complete le nostre esperienze sociali”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1434 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati