Qualche anno fa Silvia Calamandrei ha scoperto che un suo diario scritto a nove anni era stato pubblicato online da un libraio antiquario che lo aveva trovato al mercato di porta Portese, a Roma. Lo aveva scritto da Pechino, dove abitava con i suoi genitori, già partigiani, corrispondenti per l’Unità. Da quella scoperta parte un’autobiografia scandita dalle relazioni dell’autrice con la Cina. Cominciate forse dall’interesse di Piero, il nonno, avvocato, azionista e membro dell’assemblea costituente, che nel 1956 aveva guidato una delegazione italiana di cui facevano parte anche Franco Fortini e Norberto Bobbio (e a cui la rivista Il Ponte ha dedicato un numero nel 2020).

L’autrice racconta la sua educazione nella scuola elementare maoista. Poi, dopo il ritorno in Italia e una fase di scarso interesse per quell’infanzia orientale, il ritorno allo studio del cinese durante la militanza nella sinistra degli anni settanta. In seguito evoca l’incontro con la scrittrice Yang Jiang (che traduce in italiano) e i suoi libri, che parlano con leggerezza e profondità del dramma della rivoluzione culturale. Una conoscenza non superficiale e una giusta dose di distacco rendono questo libro un buon viatico alla storia recente di un paese grande e complesso di cui in Italia si parla spesso in modo molto semplificato, tanto per attaccarlo quanto per esaltarlo. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1443 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati