Poco più di un mese fa è morta a 87 anni Joan Didion, reporter, romanziera e saggista statunitense, autrice di tanti testi in cui ha saputo raccontare con uno stile lucido e una scrittura senza fronzoli la realtà che la circondava e le proprie esperienze di vita, spesso molto dure. Tra le ultime sue cose pubblicate in italiano c’è questo breve saggio sull’11 settembre 2001. La lettura di queste pagine chiare e intense fa capire bene come usasse la scelta delle parole, la punteggiatura, la sintassi che sviluppava in periodi lunghi, per comprendere il reale. Qui l’esercizio è rivolto a un evento che tutti percepiscono immediatamente come storico.

Didion si mette in scena, ma racconta anche l’impatto degli attacchi alle torri gemelle sul discorso pubblico, l’immediato sfruttamento politico dell’emozione collettiva da parte del governo, la deplorevole capitalizzazione dello shock per attuare programmi politici già pronti: l’inasprimento delle misure di sicurezza e infine l’invasione dell’Iraq. Reagendo a tutto questo Didion comprende l’11 settembre attingendo alla propria conoscenza della storia americana, andando indietro, fino alla politica mediorientale di Roosevelt e proiettandosi, con uno spirito che oggi impressiona, verso il futuro: “Questo fu l’anno in cui sembrava che fossimo precipitati di colpo in un mondo premoderno. Le possibilità dell’illuminismo svanirono”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati