È possibile rileggere, grazie alla riedizione tascabile, il libro che Anna Politkovskaja pubblicò nel 2004 nel pieno del secondo conflitto ceceno, mentre Mosca stava consolidando il suo controllo della repubblica caucasica. Due anni dopo sarebbe stata trovata morta nell’ascensore di casa sua, il giorno del compleanno di Vladimir Putin.

La giornalista raccontava a un pubblico occidentale, che le sembrava troppo tollerante verso il presidente russo, come si viveva sotto il suo governo. Politkovskaja era convinta che “i particolari contano più del quadro in sé”, che “le parti valgono più dell’intero”. Attraverso il suo stile sobrio e diretto, privilegiando i fatti alle interpretazioni e le storie alle teorie, spiegava il dolore delle madri dei soldati scomparsi o umiliati, l’operato dei criminali di guerra come il colonnello Jurij Budanov, autore di azioni terribili, ma difeso dai politici e da una parte dell’opinione pubblica.

Attraverso queste storie la giornalista mostrava come il suo paese – di cui si celebrava ancora il ritorno alla democrazia – fosse un esperimento politico pericoloso, i cui ingredienti erano “forti capitali, un’ideologia di taglio marcatamente sovietico posta al loro servizio, e un numero crescente di poveri”. Sullo sfondo, a tenere insieme vicende ridicole di appropriazione indebita e tragedie come quella del teatro Dubrovka, un presidente al primo mandato. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1453 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati