Una paura che fa vomitare, un rifiuto che brucia, un lutto che paralizza: la sofferenza emotiva può manifestarsi con sintomi fisici. Da secoli scrittori e musicisti descrivono a parole e con le note questo stretto legame, che per gli scienziati è più difficile spiegare. Di recente però nuove scoperte hanno permesso d’individuare i meccanismi comuni ai due tipi di dolore, chiarendo il loro legame e aprendo la strada a cure più efficaci per alcune delle patologie più debilitanti.

Mentre sensi come la vista e l’udito hanno vie nervose che dagli occhi e dalle orecchie conducono a una precisa regione cerebrale, la risposta del cervello al dolore è più complessa perché coinvolge anche pensieri ed emozioni. È per questo che un buon libro può, per esempio, attenuare il mal di denti e una scottatura far più male se siamo giù di morale.

Chiara Dattola

Le emozioni, però, non si limitano a influire su un dolore fisico già presente. L’angoscia causata da un lutto o dall’imbarazzo può produrre dolori che, pur non avendo cause fisiche, non sono meno reali. Le scansioni cerebrali mostrano un’attività simile nella regione preposta al dolore, che comprende l’insula, il talamo e la corteccia cingolata anteriore, innescata da stimoli legati alla sofferenza sia fisica sia psicologica, come il rifiuto sociale.

Cambiamenti nel cervello

Capire gli aspetti emotivi del dolore potrebbe aiutare ad affrontare meglio alcuni disturbi mentali. Si stima che fino al 75 per cento delle persone che soffrono di dolore cronico prova anche ansia o depressione. “La predisposizione per uno di questi disturbi aumenta la probabilità di manifestare l’altro”, dice Felix Brandl dell’Università tecnica di Monaco, in Germania. Brandl e i suoi colleghi hanno realizzato una meta-analisi di 320 studi con scansioni cerebrali di persone che soffrono di dolore cronico, ansia e depressione, scoprendo che avevano in comune alcuni cambiamenti nel cervello, tra cui una riduzione nel suo volume e alterazioni nei collegamenti neurali sia nella corteccia prefrontale, coinvolta nella formazione delle opinioni e delle azioni mirate, sia nell’insula, coinvolta nelle emozioni, nelle percezioni e nella consapevolezza di sé. Brandl afferma che la psicoterapia e gli antidepressivi funzionano in tutti e tre i casi. “Avendo individuato questa sovrapposizione, possiamo mettere a punto strategie terapeutiche combinate”, spiega.

Un’altra potenziale spiegazione della coesistenza di dolore cronico e disturbi emotivi è che sono entrambi la conseguenza di squilibri chimici nel pallido ventrale, una regione cerebrale coinvolta nello stimolo a evitare la sofferenza e a cercare il piacere. Qui sono rilasciate due sostanze chimiche, il glutammato e il Gaba, che inducono comportamenti associati rispettivamente alla paura e al dolore, e alla ricompensa. Bo Li del Cold spring harbor laboratory di New York, negli Stati Uniti, ipotizza che disturbi come il dolore cronico o la depressione siano legati all’alterazione del normale equilibrio tra le due sostanze, che produce un aumento della sensibilità a potenziali minacce, rendendo le persone più inclini al dolore e all’istinto di chiudersi in sé, soffocando la gioia della ricompensa. “Questo è un tipico sintomo della depressione”, dice Li.

Tenendo presente che dolore emotivo e fisico sono collegati e hanno la stessa firma neurologica, nel 2015 Choong-Wan Woo e i suoi colleghi dell’università del Colorado a Boulder, negli Stati Uniti, hanno distinto per la prima volta specifiche vie neurali associate alla sofferenza fisica da quella psicologica, un passo avanti importante per affrontare i casi di dolore cronico o di fibromialgia, che tendono a essere influenzati dallo stato d’animo.

Il rapporto tra dolore fisico ed emotivo è complesso, ma la sovrapposizione dei meccanismi cerebrali ha un evidente beneficio per entrambi: forse nel vostro armadietto dei medicinali avete già un rimedio per alcuni dolori emotivi. Nel 2011, infatti, alcuni ricercatori hanno scoperto che il paracetamolo, oltre al dolore fisico, riduce quello legato al rifiuto sociale. E, a conferma dell’importanza della mente, risulta più efficace se unito al perdono di chi l’ha causato. ◆ sdf

Questo articolo è uscito sul numero 1489 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati