Mentre il mondo cercava di riprendersi dal trauma dell’invasione russa dell’Ucraina, una domanda è rimasta senza risposta. Per conto di chi è stata dichiarata la guerra? La maggioranza dei russi è ostaggio delle ambizioni imperialiste di Vladimir Putin oppure il paese è lo specchio fedele del suo presidente? Durante i primi giorni dell’invasione, la maggior parte degli europei propendeva per la prima ipotesi e si aspettava che i cittadini russi si schierassero contro il confilitto. C’è voluto il massacro di Buča per far cambiare idea agli europei: la “guerra di Putin” è diventata la “guerra dei russi”. Il controllo dei mezzi d’informazione da parte del Cremlino e la crescente repressione non bastavano più a spiegare il silenzio della società civile. I russi non sapevano la verità su Buča o non volevano saperla? Molti europei si sono indignati per il modo in cui i cittadini comuni chiudevano gli occhi di fronte alla barbarie del loro esercito.

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Dopo il disastro nucleare di Černobyl nel 1986, intorno al reattore esploso fu creata una “zona di esclusione”. Per gli occidentali oggi la Russia è diventata una Černobyl geopolitica: il luogo di un disastro morale, un posto pericoloso da isolare. E molti europei sognano un mondo senza la Russia. Nella loro testa l’occidente non deve consumare più le risorse energetiche russe, gli scambi culturali vanno interrotti e i confini dell’Europa rafforzati. Anche gli imprenditori più ottimisti vedono poche possibilità di tornare a investire sul mercato russo nei prossimi anni. E un allentamento delle sanzioni appare una prospettiva remota finché Putin rimarrà al potere.

Molti politici occidentali hanno già rinunciato alla speranza di un cambiamento a Mosca. Ma qualsiasi tentativo di isolare il paese sarebbe sbagliato

Molti politici occidentali hanno già rinunciato alla speranza di un cambiamento a Mosca. Ma qualsiasi tentativo di isolare il paese sarebbe molto diverso dalla dottrina del contenimento dell’Unione Sovietica praticata dall’occidente durante la guerra fredda. Per come l’aveva concepita il diplomatico statunitense George Kennan, la strategia era basata sull’idea che il regime sovietico era destinato a crollare a causa delle sue contraddizioni interne. Un isolamento in stile Černobyl presuppone che la Russia non possa mai cambiare, mentre durante la guerra fredda si pensava che il regime fosse colpevole e la popolazione innocente. L’Unione Sovietica era dipinta come una prigione e i dirigenti sovietici non furono mai riconosciuti come i legittimi rappresentanti della loro società, quindi il cambiamento era considerato ancora possibile. Ci sono tante ragioni di tipo morale per cui la Russia dovrebbe essere ghettizzata come una Černobyl geopolitica. Ma trattarla come un Putin collettivo è un errore strategico. Ecco perché.

In primo luogo, questa strategia aiuterà principalmente il presidente russo. Gli darà la legittimità di parlare a nome di tutto il popolo. Peggio ancora, giustificherà la sua narrativa distorta, secondo cui l’occidente vuole una Russia debole e sconfitta. Se la Russia è una Černobyl geopolitica, l’unica scelta ragionevole per qualsiasi russo in cerca di libertà è emigrare.

In secondo luogo, una strategia di isolamento è autolesionista perché si disinteressa di quello che sta succedendo in Russia. Dà per scontato che l’incapacità dei cittadini di schierarsi contro la guerra significa che l’intero paese non cambierà mai idea su questo tema. E ignora il fatto che molti russi sostengono l’invasione non perché siano a favore del regime, ma perché sperano irrazionalmente che la guerra costringerà il regime a cambiare. I sostenitori dell’opposizione sperano che una sconfitta dell’esercito russo in Ucraina faccia cadere Putin e che mandi in rovina l’élite che vive all’estero ma è vicina al presidente.

In terzo luogo, scommettere su un mondo senza la Russia è inutile, perché i paesi non occidentali, pur essendo magari contrari alla guerra scatenata dal Cremlino, non vogliono isolare Mosca. Molti dei governi che il presidente statunitense Joe Biden ha invitato al suo vertice per la democrazia non hanno imposto sanzioni contro il Cremlino.

L’offensiva militare di Mosca nel Donbass intensifica lo scontro tra chi considera la Russia un paese moralmente irrecuperabile e chi la ritiene una realtà con cui fare i conti nella politica mondiale. L’offensiva costringerà l’opinione pubblica europea a scegliere tra “il partito della pace” (per il quale bisogna fermare le ostilità il prima possibile, anche a costo di grandi concessioni da parte dell’Ucraina) e “il partito della giustizia” (per il quale la priorità dev’essere cacciare le truppe russe dall’Ucraina, anche a costo di una guerra lunga).

Pace e giustizia non vanno di pari passo nella storia europea. Chiamare l’invasione dell’Ucraina “guerra di Putin” o “guerra dei russi” non è una questione di gusti ma una scelta strategica. È la spia delle aspettative occidentali a proposito delle sue relazioni con la Russia dopo Putin. ◆ ff

Ivan Krastev
dirige il Centre for liberal strategies di Sofia. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Lezioni per il futuro. Sette paradossi del mondo nuovo (Mondadori 2020). Questo articolo è uscito sul Financial Times

Questo articolo è uscito sul numero 1458 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati