In una piccola azienda agricola non lontano da Roma, i braccianti sono accovacciati tra le file di piante di granturco e le preparano per il raccolto imminente. Quelli che vengono da Marocco, Romania e Nigeria sanno esattamente cosa devono fare. Sono i nuovi assunti italiani ad avere bisogno d’aiuto. “Queste devi eliminarle”, dice il proprietario a Massimiliano Cassina, indicando alcune pannocchie alla base della pianta.

Solo qualche settimana fa Cassina, che ha 52 anni, gestiva una fabbrica di tessuti con clienti in tutto il mondo, specializzata in magliette sportive. Ma la pandemia di coronavirus, che ha ucciso più di 30mila italiani e ha dissestato l’economia nazionale, ha anche inflitto un colpo mortale alla sua azienda. Nel disperato bisogno di guadagnare, Cassina è entrato a far parte del gruppo sempre più numeroso di italiani che stanno cercando il futuro nel passato agricolo del paese. “Mi hanno dato una possibilità”, dice. Indossa mascherina e guanti di gomma azzurri e una maglietta macchiata di sudore.

Nell’azienda di Franco Baraldi, Ferrara, 14 maggio 2020 (Alessandro Grassan​i, The New York Times/Contrasto)

Dopo la seconda guerra mondiale, l’Italia si è industrializzata e non ha mai davvero guardato indietro. Ma il virus ha sconvolto l’economia e la società, costringendo i lavoratori stagionali a rimanere nei loro paesi d’origine e lasciando nei guai gli italiani che lavoravano nella vendita al dettaglio, nel mondo dello spettacolo, della moda e in altri settori che prima prosperavano.

Mentre fino a poco tempo fa la terra sembrava riservata ai fanatici del vino biologico o ai borghesi che creavano giardini esclusivi piantando semi antichi, oggi molti italiani stanno prendendo in considerazione il lavoro dei loro nonni nelle grandi aziende agricole, sempre più essenziali per sfamare un paese e un continente paralizzati. Senza di loro, centinaia di tonnellate di broccoli, fave, frutta e verdura rischiano di avvizzire sulle piante o di marcire a terra. “Il virus ci ha costretti a rivedere il nostro modello di sviluppo e il modo in cui funziona il paese”, ha dichiarato in un’intervista la ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova, lei stessa una ex bracciante.

Il virus ha costretto l’Italia, che è stata in prima linea nella lotta alla pandemia e ne ha pagato le conseguenze più del resto d’Europa, a prendere atto della “scarsità di cibo per diverse fasce della popolazione”, tra cui i giovani professionisti disoccupati, e ha fatto capire che l’agricoltura è il settore “in cui le nuove generazioni possono trovare un futuro”, ha detto Bellanova. Per fare questo, bisognava prima liberare il settore dallo stigma di appartenere a un passato arretrato, preindustriale e pretecnologico, e mettere in evidenza il fatto che usa tecnologie, macchinari e prodotti chimici sofisticati. La ministra ha discusso di questo cambiamento di tendenza con il suo collega francese e, mentre il virus devastava altri settori dell’economia, anche Spagna e Germania hanno assunto la stessa posizione. “Tornare all’agricoltura non significa tornare alla zappa”, ha detto Bellanova.

Una manna dal cielo

Se oggi gli italiani hanno bisogno dei campi per sopravvivere, improvvisamente anche i campi hanno bisogno di loro. Nonostante le forti pressioni da parte delle organizzazioni del settore agricolo perché si creassero dei cosiddetti corridoi verdi per facilitare l’arrivo di 150mila stagionali romeni, polacchi, indiani e di altri paesi, questi lavoratori sono rimasti tagliati fuori dall’Italia. Al tempo stesso gli italiani, che prima erano più o meno il 36 per cento del milione circa di lavoratori agricoli del paese, si trovano con ristoranti, agenzie di viaggio e negozi chiusi. La maggiore sicurezza delle condizioni di lavoro all’aperto si sta dimostrando invitante. E comunque significa poter rimediare uno stipendio. Per rimediare alla carenza di manodopera, le principali organizzazioni del settore hanno aperto siti web con nomi come Agrijob e Jobincountry, che hanno ricevuto più di 20mila domande, la maggior parte delle quali da italiani.

“È stata una manna dal cielo”, dice Pao­lo Figna, 26 anni, che ha perso il suo lavoro come cameriere, e oggi raccoglie fragole in un’azienda vicino a Verona. Ma per molti questo cambiamento non è stato facile. Per gli italiani i lavori agricoli sono diventati stranieri quanto gli stagionali di altri paesi che riempiono le file della manodopera agricola da decenni. Secondo Massimiliano Giansanti, il presidente di Confagricoltura, una delle principali organizzazioni italiane del settore, molte delle persone interessate a fare questo lavoro non hanno la preparazione o l’esperienza necessaria. “L’agricoltura non consiste solo nel raccogliere mele dagli alberi”, dice Giansanti, e spiega che, lontano dall’immagine idilliaca da rivista patinata che ne hanno gli italiani, l’agricoltura è un’industria moderna in cui si richiedono competenze, impegno e flessibilità. Per il momento, dice, “la maggior parte” degli italiani che s’informano sui lavori offerti sulla piattaforma Agrijob pensa ancora che si tratti di giardinaggio.

Bruno Francescon, 45 anni, proprietario di un’azienda che produce meloni a Mantova, ha assunto italiani che prima lavoravano in alberghi o guidavano autobus, ma dice di sentire la mancanza degli indiani e dei marocchini che erano “molto più preparati professionalmente”. L’arrivo in massa degli italiani, dice, “non compensa la mancanza di competenze”. E alcuni di quelli che aveva assunto sono semplicemente “scappati”.

Altri avevano in mente una carriera a stretto contatto con la terra, ma non così stretto. Anna Flora, 23 anni, da piccola era affascinata dai racconti sull’allevamento di cavalli del nonno, che poi l’aveva venduto perché i figli non erano interessati a rilevarlo. La passione per la terra però le è rimasta e a febbraio ha trovato un lavoro come venditrice di polizze assicurative contro la grandine alle aziende agricole. Poi è arrivato il virus. L’agenzia di assicurazione ha chiuso e lei ha cercato lavoro nei negozi di articoli sportivi e cibo per animali, ma presto hanno chiuso anche quelli. Poi il comune della sua città, Ferrara, ha lanciato un programma per sostituire gli stagionali con manodopera locale e Flora ha presentato la domanda. Dopo settimane di raccolta delle fragole, trova il lavoro soddisfacente, e anche ben retribuito. Inoltre, dice, “mio nonno è contentissimo”. Come Flora, più di cinquanta persone hanno fatto domanda per i dodici posti offerti dal sito Agrijob per sostituire i braccianti polacchi nell’azienda di Franco Baraldi. L’imprenditore, 59 anni, dice che gli italiani che ha assunto – tutte persone che prima lavoravano in panetterie, bar e supermercati – all’inizio non sapevano cosa fare, ma poi hanno imparato. Molti non guadagnavano nulla da marzo o avevano ricevuto aiuti dal governo, e parecchi gli hanno chiesto di rimanere dopo il raccolto delle fragole per la stagione delle albicocche e delle pesche. Spera di poterli accontentare, ma spiega che il futuro dell’agricoltura dipende dagli aiuti statali: dai tempi in cui a gestire l’azienda era suo nonno, lo stato ha abbandonato il settore, dice. Se i giovani non proseguono l’attività dei genitori nei campi, è perché “nessuno li aiuta”. Senza i sussidi concessi ad altri settori, le aziende agricole non riescono a fare profitti, e alcuni proprietari terrieri senza scrupoli, continua Baraldi, sfruttano i lavoratori stranieri.

Groppo alla gola

Questo mese, nell’ambito del pacchetto di aiuti da 55 miliardi, il governo italiano ha stanziato più di un miliardo di euro di sussidi all’agricoltura, ma il provvedimento ha suscitato un aspro dibattito politico, perché prevede la possibilità di mettere in regola gli immigrati irregolari che lavorano nei campi. La ministra Bellanova aveva un groppo alla gola quando l’ha annunciato. In seguito ha dichiarato che contribuirà all’integrazione degli stranieri, ma compenserà anche la carenza di manodopera provocata dal virus.

Chi critica il provvedimento sostiene che la regolarizzazione degli stranieri contribuisce in minima parte a compensare questa carenza, perché gli irregolari lavoravano già nei campi, anche se in condizioni di sfruttamento e sottopagati. I populisti, sia al governo sia all’opposizione, accusano la ministra di aver approfittato della pandemia per portare avanti il suo programma progressista.

Austin Okoro, 25 anni, un nigeriano con il permesso di lavoro che raccoglie il granturco nella stessa azienda in cui lavora Cassina vicino a Roma, afferma che i suoi amici irregolari farebbero i salti mortali per un lavoro come il suo, ma che non ce l’ha con gli italiani che si sono uniti a loro nei campi. “Se la stanno cavando bene”, dice sorridendo. Il problema principale rimane comunque la mancanza degli stagionali specializzati e la difficoltà di trovare braccianti in tempo per i prossimi raccolti. La Confagricoltura ha organizzato voli pagati dalle aziende per portare in Italia centinaia di lavoratori dal Marocco. Un viticoltore altoatesino si lamenta perché gli italiani che aveva assunto l’hanno piantato in asso e perciò ha affittato un aereo per far venire otto romene esperte a lavorare nelle sue vigne. Ma rispetto alla Germania, che ha fatto arrivare decine di migliaia di stagionali, è solo una goccia nel mare.

L’esperienza italiana è stata vissuta anche da altri paesi europei. Il principe Carlo d’Inghilterra ha invitato i cittadini rimasti disoccupati a collaborare alla campagna nazionale per trovare braccianti che “lavorino per il Regno Unito” e, in assenza degli stranieri, a salvare i raccolti della stagione. In Italia, alcune autorità e aziende hanno sperato in un potenziale serbatoio di braccianti tra gli italiani più poveri, molti dei quali vivono nel depresso sud del paese e nel 2018 hanno cominciato a ricevere ogni mese il reddito di cittadinanza.

Francesco D’Amore, che coltiva pomodori vicino a Caserta, è scoppiato a ridere quando gli ho chiesto se pensava che avrebbero rinunciato a un reddito garantito per tornare nei campi. Ma questo mese il governo ha offerto la possibilità di sospendere il sussidio per 60 giorni a chi trova un lavoro in agricoltura. Nazaro Lo Iacono, 56 anni, che vive vicino a Caserta e percepisce il reddito di cittadinanza, dice che con questa nuova garanzia sarebbe ben contento di lasciarlo temporaneamente a qualcun altro per tornare a raccogliere pomodori come faceva da giovane, purché gli offrano un contratto regolare. Il problema, dice, è che i titolari delle aziende “disonesti” hanno fatto scappare gli italiani abbassando i salari e ora sfruttano gli stranieri, sottopagandoli.

Nel campo di granturco, mentre si mette carponi sporcandosi di terra i calzoncini, Cassina dice di avere nostalgia della sua vecchia vita. Il proprietario dell’azienda Vittorio Galasso lo osserva. “Si sta già abituando”, dice. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati