I legislatori avevano fatto una semplice richiesta al governo svizzero: scrivere un rapporto sugli effetti della speculazione nei mercati delle materie prime agricole. I tecnici hanno avuto più di due anni di tempo. E, cosa fondamentale, anche l’accesso alle fonti. La Svizzera è la sede dell’industria mondiale del commercio delle materie prime. Ma invece di fare luce sull’argomento, gli autori hanno consegnato 28 pagine che sembrano il lavoro di uno studente universitario al primo anno o una risposta di ChatGpt alla domanda: “Scrivi un rapporto sulla speculazione nel settore delle materie prime alla maniera noiosa del governo svizzero. Niente ricerche originali, ignora qualsiasi critica al settore e, soprattutto, niente nomi”.
Il risultato è più interessante per quello che non dice. Mancano per esempio i nomi dei maggiori operatori del settore, tutti con importanti attività a Ginevra o nei dintorni: Cargill, Bunge Global, Archer-Daniels-Midland, Louis Dreyfus e Cofco International. Manca una discussione sulla concentrazione di potere nel mercato e qualsiasi dettaglio su quanto hanno guadagnato quelle aziende grazie agli ultimi rialzi dei prezzi.
Lo studio si è limitato ad analizzare i dati di altri rapporti, che a loro volta erano analisi di altre analisi. La conclusione è che va tutto bene: “Secondo la grande maggioranza degli studi ci sono poche prove del fatto che la speculazione sui prodotti alimentari faccia aumentare i prezzi. Al contrario, molti concludono che la speculazione ha un effetto moderatore”. La letteratura che non è d’accordo con questo punto di vista è stata ampiamente ignorata. È un peccato, perché sul tema della speculazione e dei mercati delle materie prime agricole ci vorrebbero ulteriori ricerche dopo le tre grandi impennate dei prezzi registrate nel 2007, nel 2010 e nel 2021. E ancora di più perché grazie alle fusioni le aziende del settore si stanno concentrando in poche mani.
Nel lungo periodo la speculazione finanziaria non gonfia i prezzi. Il fattore meteorologico è di solito il maggior responsabile delle impennate, insieme alle scelte politiche, come le restrizioni commerciali. Il governo svizzero avrebbe potuto presentare alcune prove a sostegno di questa tesi. Per esempio, avrebbe potuto confrontare l’andamento dei prezzi delle materie prime agricole con e senza i grandi mercati dei derivati. Prendiamo l’olio extravergine di oliva spagnolo: è un prodotto scambiato solo nei mercati fisici, eppure quest’anno il suo prezzo è salito ai massimi storici anche se gli speculatori non potevano comprare futures, perché non esistono. Gli svizzeri avrebbero potuto approfondire una delle mie curiosità preferite sul commercio delle materie prime: negli Stati Uniti la speculazione sulle cipolle è vietata dal 1958. Il divieto, tuttavia, non ha avuto un effetto significativo sulla volatilità dei prezzi delle cipolle.
Il commercio del cotone
La speculazione però distorce i prezzi nel breve periodo. Il colosso svizzero delle materie prime Glencore ha dichiarato di aver perso duecento milioni di dollari nel commercio del cotone, perché la rivale Louis Dreyfus ha “manipolato e gonfiato artificialmente” i prezzi nel 2011. Avrei sperato che qualcuno avesse chiesto alla Glencore perché pensava che i prezzi potessero essere gonfiati artificialmente.
Ma ancora più discutibile è ciò che il governo svizzero propone di fare: nulla. “Aumentare la trasparenza di per sé non cambierà niente”, si legge nel rapporto. La divulgazione delle dimensioni delle scorte controllate dalle aziende svizzere che commerciano in materie prime sarebbe poco svizzera: “Lo stoccaggio rientra tra i segreti industriali che le aziende non rivelano alla concorrenza. Misurarlo non sarebbe nell’interesse della Svizzera”.
Il rapporto è un’altra occasione persa per fare luce su un settore che opera ancora nell’ombra. Negli ultimi anni vari governi del mondo, banche centrali e autorità di vigilanza finanziaria hanno esaminato i mercati delle materie prime. In ogni occasione, sono emerse un paio di parole: opaco e non regolamentato. Queste parole significano soprattutto: “Non sappiamo” e “non vogliamo sapere”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1594 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati