Come la trama di qualunque giallo che si rispetti, bisogna cominciare descrivendo il contesto. Piove forte a Siena il 6 marzo 2013 quando verso le 20.30 viene trovato un corpo in una piccola strada che costeggia i muri di palazzo Salimbeni, un maestoso edificio del trecento sede dell’istituto di credito Monte dei Paschi di Siena, a due passi dalla meravigliosa piazza del Campo.

È il corpo di un uomo dal fisico sportivo, è in camicia e tre piani più in alto le imposte spalancate di una finestra lasciano pochi dubbi sulla causa della tragedia. Dopo aver cercato invano di rianimarlo, i medici arrivati sul posto devono arrendersi all’evidenza: David Rossi, 51 anni, è dichiarato morto in seguito alla caduta. Questi sono i fatti accertati e sono molto pochi rispetto alle vaste zone d’ombra che circondano la vicenda. Perché nella piccola e ricca città della Toscana Rossi era tutt’altro che sconosciuto. Nato proprio a Siena nel 1961, era direttore della comunicazione del Monte dei Paschi, che nel 2013 era l’istituto finanziario più importante della città e il terzo d’Italia. La banca, fondata nel 1472, si vantava di essere la più antica del mondo.

Incontro confidenziale

Fonte di orgoglio per la città e di ricchi profitti finanziari, da sempre (o quasi) il Monte dei Paschi ha fatto il bello e il cattivo tempo in Toscana, ma in quel periodo era scosso da una serie di scandali e la sua esistenza era in pericolo.

Qualche giorno prima l’ufficio e la casa di Rossi erano stati perquisiti. Il dirigente si sentiva minacciato dai giudici che indagavano sulle malversazioni dell’ex presidente della banca Giuseppe Mussari, di cui lui era stato per anni uno stretto collaboratore. Rossi immaginava di essere seguito, intercettato, vedeva nemici ovunque, la pressione era troppo forte e così si sarebbe gettato dalla finestra. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe una lettera scritta alla moglie per spiegare il gesto. Infatti, appena due ore dopo l’annuncio della morte di Rossi fatto dall’agenzia di stampa Ansa, un aggiornamento parlava dell’esistenza di una lettera che l’uomo aveva scritto alla moglie prima di gettarsi nel vuoto. Il caso sembrava risolto.

Eppure la versione ufficiale è stata messa in discussione fin dai primi giorni, e l’inverosimile catena di mancanze e di errori che ha caratterizzato l’inizio dell’indagine è stata tale che nove anni dopo i fatti i dubbi non sono stati ancora dissipati.

Il giornalista Davide Vecchi, che all’epoca scriveva per Il Fatto quotidiano (da qualche mese è direttore del quotidiano romano Il Tempo), ha seguito da vicino la tragedia. Nel suo ultimo libro La verità sul caso David Rossi (Chiarelettere 2022) descrive metodicamente l’indagine. La storia, incredibile, si legge come un giallo. Con la sola differenza che una volta terminata la lettura, non sappiamo né la natura del crimine né l’identità del colpevole.

Vecchi era andato alla sede del Monte dei Paschi di Siena il 27 febbraio 2013, qualche giorno prima del dramma. Come da secoli avevano fatto molti altri prima di lui, era entrato nel cortile di palazzo Salimbeni passando davanti alla statua vagamente inquietante dell’arcidiacono Sallustio Bandini, precursore in Toscana della scienza economica moderna. Poi, dopo essersi inoltrato in un dedalo di corridoi carichi di storia, aveva incontrato Rossi nel suo ufficio. Questo incontro era durato un’ora, ma essendo confidenziale i lettori del Fatto quotidiano ne avrebbero conosciuto il contenuto solo in seguito. L’autore era uscito da quell’incontro convinto della sincerità di David Rossi, che gli era parso un uomo sotto pressione, intrappolato da interessi più grandi di lui, più che una persona con qualcosa da nascondere.

Quello che è successo la sera del 6 marzo 2013, secondo i fatti descritti nel libro, lascia a bocca aperta. Più della lentezza dell’arrivo delle forze dell’ordine (dovuta in gran parte ai conflitti di competenza tra polizia e carabinieri), a sorprendere è il grande ritardo della polizia scientifica, che si è presentata poco prima dell’una del mattino.

Mentre la vittima era al centro di un gigantesco scandalo finanziario i cui danni ammontavano a miliardi di euro, perché l’autorità giudiziaria ha tardato così tanto a mettere sotto sequestro i locali e perché ha lasciato che per ore una decina di persone entrassero e uscissero dall’ufficio di Rossi?

All’arrivo degli esperti incaricati di sigillare gli uffici, la sede di palazzo Salimbeni era tutt’altro che deserta. “C’erano tutti e ognuno faceva quello che doveva fare”, osserva sarcastico Vecchi, notando che c’era stato tutto il tempo per “ripulire” l’ufficio della vittima prima che fossero messi i sigilli, impedendo fin dall’inizio il buon svolgimento dell’indagine, che sarebbe continuata anche in seguito in modo caotico. Prove distrutte, documenti informatici scomparsi: non manca nulla. L’accumulo di errori da parte dell’autorità giudiziaria, stranamente intenzionata a chiudere rapidamente il caso, è così enorme che viene da chiedersi se tutto non sia stato fatto proprio per creare una messa in scena. Una tesi che fin dall’inizio ha incontrato un certo credito, visto che il Monte dei Paschi non è solo il vero centro del potere a Siena, ma anche una banca d’importanza nazionale, all’epoca diretta da una fondazione onnipotente e da sempre vicina al Partito democratico, molto forte in Toscana.

La commissione d’inchiesta

I misfatti del Monte dei Paschi sono costati l’indipendenza alla banca più vecchia del mondo, nel 2017 passata di fatto sotto il controllo dello stato italiano, che ancora oggi non riesce a trovarle un nuovo compratore. Nel frattempo Siena fatica a riprendersi dalla caduta dell’importante istituto di credito cittadino, che per decenni era stato sinonimo di ricchezza e tranquillità.

Nel 2021 è stata creata una commissione d’inchiesta parlamentare per fare luce sulla morte di David Rossi, ma Vecchi non nasconde il suo pessimismo sull’esito dei lavori. Con molta probabilità nei prossimi anni questa morte si aggiungerà alla nutrita serie di casi irrisolti (o risolti a metà), su cui la stampa italiana a decenni di distanza continua ad annunciare nuove sensazionali rivelazioni. Tra questi ricordiamo la morte di Pier Paolo Pasolini, quella del giudice Giovanni Falcone, l’attentato alla stazione di Bologna o il rapimento di Aldo Moro, sul quale una commissione d’inchiesta continua ancora oggi a indagare, a più di quarant’anni dai fatti. ◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1469 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati