Il 25 maggio del 2020 Christopher Martin, diciottenne afroamericano del Minnesota, sta lavorando nel reparto tabaccheria di un piccolo negozio di Minneapolis quando un cliente compra un pacchetto di sigarette pagando con una banconota contraffatta. La politica del negozio è chiara: se un dipendente accetta una banconota falsa, sarà lui a dover rimborsare di tasca propria. Christopher riferisce l’errore al suo managerse che, per non perdere i soldi, lo invita a raggiungere il cliente che è ancora fuori nell’auto e a chiedergli di restituire le sigarette. Il cliente si chiama George Floyd e non sa che la banconota è contraffatta: si rifiuta di restituire le sigarette e il giovane commesso è costretto a chiamare la polizia per cercare di risolvere la faccenda. A maggio del 2021, un anno dopo l’omicidio che ha sconvolto gli Stati Uniti e che ha dato vita alle proteste del movimento Black lives matter, il giornalista Trymaine Lee ha raccontato gli avvenimenti che hanno portato alla morte di Floyd attraverso una lunga intervista a Martin, il ragazzo che ha chiamato le forze dell’ordine e da allora vive nel rimorso. Ne esce il ritratto amaro di un paese che sembra implodere, dove la ricerca di sicurezza e giustizia si trasformano in drammi in grado di rovinare per sempre la vita non solo della vittima, ma anche di chi è stato testimone dell’evento.

Jonathan Zenti

Questo articolo è uscito sul numero 1447 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati