Secondo il rapporto presentato il 20 ottobre dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc), nel 2021 la Colombia ha raggiunto i livelli più alti di sempre nella coltivazione di coca e nella produzione potenziale di cocaina. La coltivazione è cresciuta del 43 per cento e la produzione del 14 per cento.

Le coltivazioni si sono estese su un’area di 204mila ettari, invertendo la tendenza al ribasso dei tre anni precedenti; nel 2020 gli ettari coltivati con le foglie di coca erano 143mila. La produzione potenziale di cocaina è arrivata a 1.400 tonnellate contro le 1.228 nel 2020. Le piantagioni si trovano soprattutto nei dipartimenti di Norte de Santander, a nordest del paese, e di Nariño e Putumayo a sudovest. Candice Welsch, direttrice dell’Unodc per le Ande e il Cono Sud, ha spiegato che l’aumento dipende soprattutto dal fatto che il prodotto è molto redditizio e le tecniche per la lavorazione della cocaina sono migliorate. Hanno influito anche l’incertezza economica nelle zone di coltivazione e la crescita della domanda internazionale della sostanza stupefacente.

Il rapporto è uscito mentre il governo del presidente Gustavo Petro, di sinistra, sta cercando di rendere esecutiva la politica sulle droghe stabilita dagli accordi di pace firmati nel 2016 tra l’organizzazione guerrigliera delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e il governo di Bogotá.

Una politica fallimentare

Chi vive nelle zone in cui si coltiva la coca accetta implicitamente la presenza dei gruppi criminali, perché è un’attività che garantisce la stabilità economica. E questo permette alle coltivazioni di espandersi ancora di più. La “sicurezza economica fornita dai gruppi armati illegali facilita il commercio di grandi volumi di cocaina”, si legge nel rapporto. L’aumento degli investimenti nella coltivazione e nella produzione si riflette nella crescita di attività commerciali legali come l’intrattenimento, i servizi specializzati e la compravendita di automobili. Gli sforzi per estirpare le coltivazioni avrebbero quindi un impatto notevole sui mezzi di sussistenza di queste comunità.

“Se si eliminassero le piantagioni di coca l’economia ne risentirebbe”, ha spiegato Leonardo Correa, dell’Unodc.

Le piantagioni sono aumentate del 32 per cento nelle enclavi tradizionali, del 33 per cento nei dodici chilometri quadrati che circondano queste zone e del 10 per cento nelle altre regioni. I motivi sono l’assenza d’intervento da parte delle autorità, i cambiamenti socioeconomici provocati dalla pandemia e la posizione di forza dei gruppi criminali. Se la situazione non cambierà, nei prossimi due anni le coltivazioni si amplieranno ancora. Inoltre, la maggior parte delle enclave produttive del paese si trova in aree di confine o con accesso al mare, un fatto che facilita il traffico di cocaina. Questo spiega anche perché la coltivazione è radicata in alcune zone e le tecniche per la lavorazione della coca sono migliorate. Secondo Correa, “i narcotrafficanti vogliono mantenere la produzione di cocaina in queste regioni”.

I dati del rapporto contrastano con le aspettative sollevate dagli accordi di pace. Durante la presentazione del documento il ministro della giustizia colombiano, Néstor Osuna, ha spiegato che il governo considera l’intesa del 2016 un “piano d’azione” e che il presidente Petro vuole attuare la politica di sostituzione delle colture, come previsto dagli accordi. Osuna ha poi riconosciuto che gli abitanti delle zone in cui ci sono le piantagioni di coca continuano a essere molto poveri e quindi hanno interesse a coltivare un prodotto redditizio. Secondo il ministro, la strategia del precedente governo di Iván Duque è stata “fallimentare”. La nuova amministrazione vuole trasformare la coltivazione della coca in un’economia legale, senza però legalizzare la cocaina.

“Cerchiamo un’alternativa che consenta ai coltivatori di vivere meglio. Vogliamo che mantengano le loro piantagioni però usando le foglie della pianta nei settori legali già esistenti. Non si tratta di sradicare le piante, ma di avere un’economia sicura”, ha detto Osuna. ◆ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1484 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati