Quando il governo libanese ha annunciato, più di un anno fa, che l’indagine sull’esplosione al porto di Beirut sarebbe stata condotta a livello nazionale, pochi si aspettavano che gli alti funzionari del governo sarebbero stati incriminati. Ma ancora meno si aspettavano che il giudice Tareq Bitar, che guida l’inchiesta, potesse mettere in crisi una classe politica che per decenni ha regnato nell’impunità, mettendo a tacere qualunque indagine giudiziaria potenzialmente in grado di costringerla a rispondere delle sue azioni.

Più di duecento persone sono morte e 6.500 sono state ferite quando 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, immagazzinate da anni nel porto, hanno preso fuoco il 4 agosto 2020. L’esplosione ha distrutto interi quartieri di Beirut e continua a perseguitare la coscienza del Libano, alle prese con un collasso dell’economia che ha spinto tre quarti della popolazione nella povertà. Nessun funzionario pubblico è stato ancora condannato. L’ostinazione di Bitar nel perseguire alti dirigenti politici e della sicurezza, nonostante i loro tentativi di delegittimarlo e rimuoverlo dall’incarico, ha acceso l’interesse di tutto il paese. “Bitar dà ai libanesi una speranza nel sistema giudiziario. Sta affrontando da solo l’intero sistema politico implicato nell’esplosione”, spiega Aya Majzoub, ricercatrice di Human rights watch in Libano.

Il 14 ottobre a Beirut una protesta dei sostenitori di Hezbollah e Amal, che chiedevano la rimozione di Bitar, si è trasformata in un bagno di sangue quando dei cecchini non identificati hanno sparato sulla folla dai tetti, scatenando uno scontro a fuoco durato più di quattro ore.

Le famiglie delle vittime dell’esplosione, gli attivisti e le organizzazioni per i diritti umani sostengono Bitar. I leader politici e religiosi lo accusano invece di essere parziale, anche se gli esperti legali difendono il suo operato.

Bitar è stato nominato a capo dell’indagine a febbraio, dopo l’allontanamento del suo predecessore, il giudice Fadi Sawan, che con una mossa sorprendente aveva accusato di negligenza criminale gli ex ministri Ali Hasan Khalil, Ghazi Zeiter, Youssef Finianos e l’allora premier ad interim Hassan Diab. In questi mesi Bitar ha continuato a indagare sulle stesse persone, incriminando anche l’ex ministro Nohad Machnouk. Ha anche chiesto più volte un mandato di comparizione per due alti funzionari della sicurezza: i generali Abbas Ibrahim e Tony Saliba. Ma il ministero dell’interno e il consiglio superiore della difesa hanno respinto le richieste.

I politici incriminati non sono andati agli interrogatori e hanno presentato dei ricorsi che hanno sospeso temporaneamente l’indagine. I principali partiti hanno chiesto l’allontanamento del giudice. In prima fila c’è Hezbollah, anche se Bitar non ha accusato esponenti del gruppo. L’11 ottobre il leader del movimento, Sayyed Hassan Nasrallah, ha detto che il giudice stava prendendo di mira i suoi funzionari. “È chiaro che Bitar ha colpito un nervo scoperto”, commenta Majzoub.

Un precedente importante

La travagliata storia del Libano è disseminata di conflitti, tra cui una feroce guerra civile durata quindici anni e terminata nel 1990, seguita da decenni di omicidi e sporadici scontri armati. Ma neppure i responsabili dei crimini più gravi sono stati portati davanti alla giustizia. Molti sostengono che la magistratura non sia indipendente dal governo. Per l’analista politico Bachar el Halabi, Bitar ha stabilito un precedente e ha sconvolto la leadership libanese: “Si tratta di mettere fine non solo all’impunità, ma anche alla paura di ripercussioni per il cambiamento che potrebbe venire dal sistema giudiziario”.

Due anni fa un movimento di massa aveva chiesto che fossero individuate le responsabilità per la corruzione e la cattiva gestione finanziaria, e che si mettesse fine a decenni di governo su base confessionale. I manifestanti volevano una magistratura indipendente che indagasse su uomini d’affari e politici corrotti. “Bitar ha aperto una discussione sull’immunità e su un sistema politico e di giustizia corrotti”, conclude Majzoub. “Ha fatto pressione per riformare una struttura pensata dai potenti per proteggere i potenti”. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1432 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati