I mockumentary funzionano perché colgono un aspetto fondamentale della fama: quando un oggetto culturale guadagna visibilità, si trasforma nella parodia di se stesso. The moment, il film di Charli XCX di prossima uscita, mette in ridicolo il successo clamoroso dell’album pubblicato dalla stessa Charli nel 2024, Brat, sfuggito quasi subito al controllo della sua creatrice e origine di una serie infinita di meme, slogan, tendenze nella moda e interpretazioni politiche che andavano ben al di là dei suoi ritornelli dance e del suo glamour approssimativo.
E non c’è stato bisogno di esagerare. The moment, più che inventare assurdità, riorganizza ciò che è successo. L’album ha fatto irruzione nella campagna presidenziale di Kamala Harris, nelle serate a tema, nei profili social dei grandi marchi, in eventi di ogni genere, nei dress-code ai matrimoni, sulle schermate delle compagnie aeree e nei cartelli di protesta. Brat ha venduto vodka, creme solari, borse e un vago ottimismo politico. È diventato un modello fluttuante, un’estensione estetica per qualsiasi cosa.
Questo è il mondo di cui si fa beffe The moment. Il bersaglio non è la fama in sé, ma la rapidità con cui la cultura contemporanea metabolizza e ridistribuisce la notorietà. Charli lo ha chiarito in un testo pubblicato su Substack a novembre, scrivendo che quando Brat è diventato un fenomeno di massa, per lei è morto, perché quando si cade nel commerciale “il cool si spegne”. È una recriminazione quasi banale ma non priva di arguzia. Si basa su una fede nella selettività che è tipica del mondo moderno, per cui l’arte perde la sua carica se diventa leggibile per troppe persone.
Sylvia e Taylor
Cinquant’anni fa, Sylvia Plath aveva immaginato la stessa traiettoria, ma come un’apoteosi. Plath, che aspirava a una fama maestosa capace di cambiare il mondo, sapeva che la visibilità è fatta di annientamento e seduzione in egual misura. La fama, per Plath, non era un compromesso con il facile consumo, ma un’ambizione totalizzante.
Alla fine, per Plath, la fama è arrivata dopo la morte. Ma un libro recente, The slicks di Maggie Nelson, tratta l’ambizione di Plath con la stessa serietà che riserva alla sua poesia, considerandola la progenitrice metaforica della persona oggi più famosa del mondo: Taylor Swift. Nelson intreccia le figure di Swift e Plath per difendere un certo tipo di eccesso femminile. A Swift viene regalata la solennità poetica di Plath, mentre Plath viene retroattivamente allineata alla potenza industriale di Swift. Il libro è acuto, ma la sua insistenza nel collegare due artiste chiaramente divergenti suggerisce una certa ansia dietro l’ammirazione.
La scelta di Nelson rivela un riflesso culturale più ampio: l’intellettualizzazione del pop come strumento per giustificare il nostro apprezzamento. Se Charli equipara la popolarità alla morte, Nelson la tratta come un aspetto che dev’essere riabilitato attraverso la serietà. Taylor Swift, nell’argomentazione di Nelson, non è solo una delle artiste di maggior successo commerciale della storia, ma una poeta, una figura plathiana che combatte con la creatività e la morte. Tutto questo potrà anche essere vero in parte, ma lo sforzo per dimostrare la tesi tradisce un certo malessere rispetto al piacere di massa in sé.
La critica culturale che mescola l’alto al popolare sta avendo un’impennata. Un professore di Harvard ha scritto un libro sulla poetica e il genio musicale di Swift, mentre nei campus della Ivy League si tengono lezioni su lei e Beyoncé. Una rapida ricerca sul portale accademico Jstor rigurgiterà dissertazioni sulle dinamiche sociali di The real housewives e saggi sulla politica migratoria radicale di Emily in Paris. Ma questo approccio si basa sull’idea che la popolarità sia sospetta finché non viene “salvata” dalla solennità.
Questa ansia evidenzia inoltre una chiara sproporzione di genere. Le forme culturali considerate più bisognose di soccorso – la musica pop, la fandom, il melodramma – sono quelle storicamente associate alle donne. La lettura intellettuale, così, diventa una sorta di riciclaggio morale. Camille Paglia potrebbe scrivere di Madonna come divinità sessuale pagana. Beyoncé dev’essere inquadrata come una teorica del femminismo. Swift è per forza una poeta confessionale.
Veicoli contemporanei
Consideriamo, per contrasto, il mondo dello sport. Gli atleti maschi raggiungono livelli di notorietà assoluti. Eppure nessuno sostiene che il calcio debba passare per la semiotica per poter essere amato. Ma allora perché l’amore per il pop dev’essere tradotto nel linguaggio della politica o dell’analisi poetica per essere preso sul serio?
Nel documentario The end of an era, Swift definisce la sua carriera un atto di deliberata sovrapproduzione. “Volevo travolgerli tutti con la mia determinazione”. In questa affermazione non c’è falsa modestia e niente che abbia bisogno di un’elevazione metaforica. È la logica del successo, nuda e cruda.
La presunta “guerra” tra Charli XCX e Swift è istruttiva proprio perché inconsistente. Online, le due artiste sono viste come archetipi di persone di successo in competizione tra loro: la ragazza cattiva e super popolare da una parte, l’ingenua stramba con il suo diario dall’altra. L’assegnazione dei ruoli cambia a seconda di chi osserva. Entrambe sono punite e si puniscono a vicenda, in modi diversi. Charli piange per la morte del cool a causa del successo di massa che Swift deve giustificare all’infinito. The moment s’incastra tra queste categorie, prendendosi gioco della visibilità di massa e riconoscendone la minaccia.
Roland Barthes aveva compreso questa dinamica ben prima dell’avvento di Substack e X. In Mythologies (1957) sosteneva che il compito culturale un tempo svolto da divinità e saghe epiche oggi è svolto dalle pubblicità e dai fumetti. Le forme popolari, sosteneva Barthes, non sono il nemico del significato, ma il suo veicolo contemporaneo. Sminuirle è un atto insensato e nostalgico.
Avrebbe più senso apprezzare ciò che è popolare senza cercare alibi, riconoscendo che il piacere di massa può essere superficiale e contraddittorio ma comunque valido. Non c’è bisogno che Taylor Swift sia una grande poeta per attribuirle importanza, così come non c’è bisogno che Charli XCX resti un fenomeno di nicchia per riconoscerle una carica culturale. A volte basta accettare le sensazioni che qualcosa ci dà, insieme all’idea che questo sentimento ha un significato. Il popolare, come ogni piacere, non necessita di una difesa, ma solo della nostra disponibilità a lasciarci emozionare senza tante spiegazioni. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati